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Olivetti - macchina per scrivere elettrica - design: Ettore Sottsass, 1964All'inizio degli anni sessanta l'industria italiana era alla massima espressione per tecnologia e design, solo che non lo sapeva ancora: troppo vicini erano i ricordi di una terribile guerra, di un regime totalitario e limitativo, e della conseguente miseria materiale e morale che aveva afflitto la penisola nei decenni precedenti. Forse l'Italia non sarebbe stata mai più così vicina ad americani/giapponesi/tedeschi per tecnologie di base e design.
Per quanto riguarda le tecnologie, basta ricordare l'innovativo "super" calcolatore Elea 9003 del 1959, mentre, sempre dalla storia dell'azienda di Adriano Olivetti, per il design basti ricordare una piccola storia fatta per apparecchi di scrittura:

D-Copia 55, sistema digitale multifunzione -2002

D-Copia 55


Explor@, e-cash - 2002

Explor@ 34

Copy Lab 200, sistema multifunzione a base copy , flat bed - design: Michele De Lucchi, 2001

Copy Lab 200

Gioconda, calcolatrice da tavolo - design: Michele De Lucchi, 2001

Gioconda


Nomad Jet, stampante mobile a getto d'inchiostro - 2001

Normad Jet

Jet Lab 600@, sistema multifunzione a Colori a base fax - 2000

Jet Lab 600@


Art Jet 10, stampante a getto d'inchiostro - design: Michele De Lucchi, 1999. Vince il premio di design Compasso d'oro

Art Jet 10


Divisumma 18, calcolatrice elettronica da tavolo - design: Mario Bellini, 1973

Divisumma 18


Logos 68, calcolatrice elettronica da tavolo - design: Mario Bellini, 1973

Logos 68


Logos 68, calcolatrice elettronica da tavolo - design: Mario Bellini, 1973

Logos 68


Valentine, macchina per scrivere portatile - design: Ettore Sottsass, 1969. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York

Valentine

Valentine, macchina per scrivere portatile - design: Ettore Sottsass, 1969. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York

Valentine

Programma 101, calcolatore elettronico da tavolo su progetto di Piergiorgio Perotto - design: Mario Bellini, 1965

Programma 101

Praxis 48, macchina per scrivere elettrica - design: Ettore Sottsass, 1964

Praxis 48

Teckne 3, macchina per scrivere elettrica - design: Ettore Sottsass, 1964

Teckne 3

Elea 9003, calcolatore elettronico, sviluppato nel Laboratorio di Ricerca di Borgolombardo guidato da Mario Tchou - design: Ettore Sottsass, 1959.
Particolare della consolle

Elea 9003


Elea 9003, calcolatore elettronico, sviluppato nel Laboratorio di Ricerca di Borgolombardo guidato da Mario Tchou - design: Ettore Sottsass, 1959

Elea 9003


Divisumma 24, calcolatrice meccanica da tavolo - design: Marcello Nizzoli, 1956

Divisumma 24


Divisumma 24, calcolatrice meccanica da tavolo - design: Marcello Nizzoli, 1956.
Vista laterale del meccanismo interno

Divisumma 24


Lettera 22, macchina per scrivere - design: Marcello Nizzoli, 1950. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York

Lettera 22


Lettera 22, macchina per scrivere - design: Marcello Nizzoli, 1950. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York.
Bozzetto del progetto

Lettera 22

Summa 15, calcolatrice da tavolo meccanica, design: Marcello Nizzoli, 1949

Summa 15

Summa 15, calcolatrice da tavolo meccanica, design: Marcello Nizzoli, 1949.
Dettaglio della tastiera

Summa 15

Divisumma 14, prima macchina calcolatrice meccanica al mondo ad eseguire le quattro operazioni - design: Marcello Nizzoli, 1948

Divisumma 14

Lexikon 80, macchina per scrivere - design: Marcello Nizzoli, 1948. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York.

Lexikon 80, macchina per scrivere - design: Marcello Nizzoli, 1948. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York.
Vista laterale del meccanismo interno

Lexikon 80, macchina per scrivere - design: Marcello Nizzoli, 1948. Esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York.
Bozzetto del progetto

Lexikon 80


MP1, prima macchina per scrivere portatile prodotta dalla Olivetti tra il 1932 e il 1935, disegnata da Aldo Magnielli

MP1

MP1, prima macchina per scrivere portatile prodotta dalla Olivetti tra il 1932 e il 1935, disegnata da Aldo Magnielli

MP1

MP1, prima macchina per scrivere portatile prodotta dalla Olivetti tra il 1932 e il 1935, disegnata da Aldo Magnielli

MP1

M1, prima macchina per scrivere prodotta dalla Olivetti nel 1911, disegnata da Camillo Olivetti

M1


M1, prima macchina per scrivere prodotta dalla Olivetti nel 1911, disegnata da Camillo Olivetti

M1


M1, prima macchina per scrivere prodotta dalla Olivetti nel 1911, disegnata da Camillo Olivetti

M1

 
di davide del 21/03/2007 in Fotografia / Arte,  1847 link
Agoraphobia #1 - NO EXIT PROJECT - PHOTO DAVIDE GAZZOTTISulla punta della lingua, o tip of the tongue, come dicono oltremanica, è un nuovo progetto che inizia pubblicando il saggio della curatrice newyorkese Charlotte Cotton "The New Color: The Return of Black-and-White", notato grazie agli articoli su photo muse-ings.
Su questo promettente nuovo sito dedicato alla fotografia contemporanea, il saggio della Cotton, autrice anche dell'eccellente libretto "The Photograph as Contemporary Art" recita:
..But it is definitely more hit-and-miss for a photographer working in black-and-white to anticipate whether or not the full meaning and contemporary relevance of their imagery will be understood in light of color art photography’s dominance. At the beginning of this millennium, I found it difficult to keep my confidence that photography’s monochrome history continued to exert a strong influence on the way we see...

A career-oriented art photographer (and maybe this is the first generation of artists who can consider it a “career”) sticks very close to the now well-traveled path of contemporary color photography’s aesthetic homage and partial remembrance of, for example, gorgeous Kodachrome, or the beam of an enlarger. In a career-oriented era, perhaps this strategy is wiser than trying to beat a path through the resistance to presenting imagery in other ways and forms that actually respond to the potential of digitization. Of course I feel bemused at why a nascent art photographer would be so openly conservative as to adhere to apparent conventions, and at my most pessimistic, I wonder if there’s too much “trying-to-be-like” Eggleston, Shore, et al., and too little “creative-departure-from” the stellar standards that they have set...
Che sia corretta o meno nelle sue previsioni, o giustificabile nei suoi entusiasmi, questa è tutta un'altra questione. Di certo si tratta di una lettura provocatoria, e penso che molti fotografi tradizionalisticamente analogici e figurativi, compreso il digitalissimo sottoscritto, forse non approveranno alcune delle sue scelte di bianco e nero contemporaneo. E, malgrado personalmente ami anch'io visionare o produrre quello che si potrebbe definire fotografia a Colori contemporanea, sono abbastanza consapevole del fatto che esistano ulteriori direzioni da esplorare col bianco e nero...
Sarà inoltre interessante vedere se questo nuovo revival del bianco e nero prenderà davvero mai piede. Francamente ci sono anche alcuni fotografi dell'era pre-Colori degli anni '70 che realizzavano progetti meno narrativi e più grafici, più simili alla serie The New Scent di Jason Evans. Se mai il Bianco e nero prendesse di nuovo piede, rivitalizzarà anche il mercato delle pellicole, della camera oscura tradizionale, etc. etc. oppure la sua resurrezione rimarrà, come credo, totalmente digitale?
Infine mi chiedo come possa evolvere l'arte visuale che amo di più dalla propria intrinseca ancestrale derivatività nell'era della manipolazione teconolgica, ma questa e tutta un'altra storia, che spero di poter coprire con un apposito articolo appena possibile...
 

La prima cosa che colpisce del lavoro del fotografo Ceco Jan Saudek è che le persone nelle sue fotografie di nudi sono gente comune, persone della porta accanto, e non supertop da copertina. La seconda che molte delle sue immagini sono divertenti: ricordo ancora il pomeriggio della fine deglia anni 90 in cui, in una libreria in centro, con un amica e un'avventore causale, girammo assieme le pagine di uno dei suoi primi libri sbellicandoci dalle risate.

Le sue immagini esplorano più i sogni che la realtà, sebben fortemente caratterizzate dalla sanguigna personalità sempre espressa dalla persona ritratta, e dall'uso della colorazione manuale dell'immagine che produce per se un effetto onirico e non realistico, anche se, ad onor del vero, la scelta di Jan fu dettata dalla accidentale difficoltà di reperire pellicole e sviluppi a Colori. Le sue immagini sono contemporaneamente un pugno nello stomaco ed un gioioso inno alla vita, sprizzano forza da tutti i pori, a volte in modo divertente, a volte pateitco, o altre volte un pelo volgare... proprio come la vita vera.

Da un paio di anni Jan Saudek si è dotato di un grandioso sito internet con quasi 400 sue immagini online, ed anche alcune della sua modella/musa/moglie Sarah. Obbligatoria la vista, senza fretta, e la riflessione: sulla vita in genere e sul modo tutto particolare di Jan e Sarah di comunicarla.

 
Sàra incinta


2 Big 4 U
1981


Rainbow


Espada
1996


Parabellum


Sonho alusivo
1976


Untitled
1987


Luisa
1987


Phorographer as Jesus
1991



TV Lovers
1991



A conquista do Paraíso
1995


Shy Congratulators
1996



Pieta
1997


Vendedor de carne branca
1997





Rapariga checa cantando
1990


Ida
1990



Untitled
2003


La tecnica di Jan Saudek

Jan Saudek è uno di questi, egli è considerato uno dei principali artisti cecoslovacchi contemporanei, è un grande fotografo, un eccellente pittore e fine calligrafo. Nato nel '35 è sopravvissuto alla deportazione nazista mangiando erba e dentifricio. Durante gli anni del regime Saudek, che ancora non era conosciuto come artista, lavorava in fabbrica (e lo ha fatto per 32 anni) ma durante il tempo libero coltivava la sua passione per l'arte e la fotografia nell'umida cantina di casa sua.

In questo modo la sua personalità artistica diventa sempre più forte e sempre più definita. Le sue immagini parlano di maternità, di esibizionismo, di feticismo ma anche di parodia del corpo umano, con uno stile assolutamente unico e inimitabile.

Le modelle sono, in genere, sue amiche o conoscenti, come la sua bella compagna e altrettanto valida artista Sára Saudková, che fotografa spesso insieme alla sua amica Olga. Nelle foto di Saudek appare un unico uomo: egli stesso. Dice che non lo fa per narcisismo ma per semplificarsi la vita perchè gli uomini quando devono posare nudi sono sempre impacciati e imbarazzati così fotografa se stesso e risolve il problema.

Non sempre è soddisfatto delle proprie opere ma ammette che se vedesse le sue foto fatte da qualcun altro morirebbe di invidia. Dichiara in un intervista rilasciata in occasione della pubblicazione di un suo libro: "Se una fotografia non racconta una storia non è una fotografia. Forse è la storia di tutti i nostri pensieri, quelli che diventano pubblici e sfidano i luoghi comuni e quelli che per pudore restano confinati".

Le sue foto, in origine erano in bianco e nero o virate seppia, poi decise di sottoporre alcuni amici ad un test: mostrò loro tre versioni di una stessa foto, una in bianco e nero, una virata seppia ed una colorata a mano, tutti scelsero quest'ultima, così prese la decisione di colorare manualmente i suoi scatti in bianco e nero con Colori trasparenti ad acqua dando vita a capolavori di straordinaria bellezza.

Le riprese, durante i suoi primi anni di carriera artistica, venivano effettuate in una cantina, usando come sfondo un muro scrostato dall'umidità che era perfetto per sfumature e tonalità di grigio che restituiva alle foto. Ora può permettersi diversi appartamenti anche lussuosi ma in tutti ha riprodotto quello stesso muro che ha usato tante volte in gioventù.

[di Annamaria da sestazona.it]
 

La fotografia di Edward Burtynsky è tutta rivolta a documentare la distruzione dell'ambiente naturale per il nostro egoistico benessere immediato, o, come dice lui "La nostra dipendenza dalla natura per fornirci dei materiali di consumo e la contemporanea peoccupazione per la salute del pianeta ci collocano di fronta ad una scomoda contraddizione".

Bruce Haley produce fotogiornalismo già da un po' di tempo. Guardando il suo progetto Disfigured Landscapes, è interessante notare come la percezione degli stessi paesaggi in via di distruzione (fotografati in bianco e nero) sia piuttosto diversa da quella di Edward Burtynsky (che usa pellicola a Colori):

PHOTO BRUCE HALEY
PHOTO BRUCE HALEY


PHOTO EDWARD BURTYNSKY

[via Conscientious]

 
Per alcuni giorni hanno girato e fatto discutere i blog di mezzo mondo, ma sono un falso le tre fotografie mal ritoccate che sembravano suggerire un avvenuto ritorno di Oliviero Toscani e delle sue demagogiche campagne pseudosociali nelle pubblicità dei maglioni della Benetton. Direttamente sul blog 10ads.com la sintetica smentita dell'ufficio stampa di Benetton: "Ciao a tutti, questa NON è una campagna Benetton...".
Attenzione a queli egotisti dei bloggers ; - )

Colors of Domestic Violence from Benetton

McCann Erickson has done an excellent job in the world Benetton brand. Now Benetton is trying to initiate some actions regarding the home violence against women.

benetton.jpgbenetton2.jpgbenetton3.jpg

The brand is brave enough to try with a negative view their same slogan - United Colors of Benetton (combined color Benetton), and make it a more cruel Colors of Domestic Violence (the color of domestic violence).
Agency: McCann Erickson

Updated: Federico Sartor May 30th, 2007 at 2:18 pm

Dear All,
this is NOT a United Colors of Benetton advertising campaign.
Please don’t be deceived, see the official Benetton Group website www.benettongroup.com

Best regards,
Federico Sartor

Direttore Stampa e Comunicazione Istituzionale
Benetton Group
Tel. 39 0422 519036
Fax 39 0422 519930

I have not received any denial email from anyone at Benetton Group. Therefore ads will remain on this blog until the denial email from the company.








 
PHOTO LORENZO PONDRELLILe fotografie del giovane bolognese Lorenzo Pondrelli, premiato vincitore nella categoria Fotografia di Reportage del Festival ICEBERG 2007, mostrano le bellezze dell'India e delle sue culture usando un linguaggio espressivo che va oltre il consueto stile documentaristico "alla National Geographic".
Il filo conduttore è l’unione dei tre vincoli formali tempo, spazio e tono, il raccogliere momenti in cui lo spazio e il tempo sembrano unirsi al colore per mostrare la bellezza della realtà. Così la duplicità delle immagini, che rappresentano soggetti catturati nello stesso momento o lo stesso soggetto visto da differenti punti di ripresa, cerca di ricreare sensazioni che condividevano lo stesso spazio: ogni opera infatti è composta da due fotografie unite da un inevitabile legame formale di spazi, momenti e toni.


Magenta - PHOTO LORENZO PONDRELLI

Davvero indovinato e ben realizzato, il comunicativo progetto di Lorenzo Pondrelli merita il primo premio ricevuto, e le prospettive future che, con esso, sicuramente si aprono per il suo giovane autore. Da sole le sette opere presentate al concorso per questo progetto (ognuna composta di due fotografie impaginate graficamente con il tono di riferimento) valgono la visita alla galleria Tamatete di Via Santo Stefano 17 a Bologna, ma pregievoli sono anche alcune altre opere fotografiche e materiche in concorso al festival iceberg 2007 e presentate in questi spazi di FMR/Arté.

Lorenzo Pondrelli - PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
Lorenzo Pondrelli alla galleria Tamatete per il Festival Iceberg 2007 - PHOTO DAVIDE GAZZOTTI

Segue un'estratto di un minuto dall'intervista che ho realizzato.



Rimanendo nell'ambito della Fotografia di Reportage presentata nello stesso spazio espositivo, di stile diverso è il reportage "Nova Craiova" di Filippo Massellani realizzato fra i container di un accampamento di rom immigrati a Bologna, e segnalato dalla giuria. Un classico reportage sociale, ben realizzato con un'ottimo bianco e nero, a cui non mancano le necessarie immagini di forte impatto, e pregievole coerenza formale.


PHOTO FILIPPO MASSELLINI

Potenzialmente promettente, ma di realizzazione formalmente tutt'altro che ineccepibile, il progetto "Presenze" di Gemis Luciani, ultimo autore segnalato nella sezione Fotografia di Reportage. Tema più difficile e abusato, a cui è fatalmente mancato, soprattutto nella quarta immagine della serie, il necessario impatto visivo e coerenza formale con le altre immagini.


PHOTO GEMIS LUCIANI
 
PHOTO Simon HøgsbergPer tre mesi è andato in giro per Copenaghen e New York fermando passanti per chiedere ad ognuno cosa gli passava per la testa, e per scattargli una foto. Il risultato di The Thought Project del fotografo danese Simon Høgsberg è una collezione di 55 ritratti frontali, ma molto espressivi, ognuno dei quali è accompagnato dalla trascrizione esatta dei pensieri dei passanti che Høgsberg ha minuziosamente riportato dalle registrazioni effettuate in strada.



PHOTO SIMON HOEGSBERG - THE THOUGHT PROJECT

Molto coerente l'attenzione dedicata alla luce ed all'uso dello sfocato, piuttosto grafico ed evocativo. Semplici, immediati, ma assolutamente centrati, gli strumenti espressivi con cui Simon Høgsberg restituisce sguardi perplessi e pensierodi. Merita visitare il resto della galleria di ritratti di THE THOUGHT PROJECT. Bravo Simon.


PHOTO SIMON HOEGSBERG - THE THOUGHT PROJECT



PHOTO SIMON HOEGSBERG - THE THOUGHT PROJECT


[Visto oggi su Repubblica.it]
 
PHOTO DAVIDE GAZZOTTI PHOTO DAVIDE GAZZOTTI Undo.net ha recentemente pubblicata la lucida spiegazione del perchè "Il Marketing ama i Colori", articolo in cui Giovanni Scibilia illustra in modo chiaro, da professore e filosofo del linguaggio quale è, l'evoluzione di una comunicazione commerciale che sfrutta impietosamente la natura psicografica del colore per ammaliare i futuri acquirenti.
Estraggo la testa e la coda del brillante articolo:
Il marketing ama i Colori. In primo luogo per la loro intrinseca natura cosmetica, nota sin dagli antichi Egizi, che ne fa degli strumenti chiave nel fondamentale make-up delle merci. Il colore è il belletto di prodotti e marchi, come e più del packaging o dello stesso logo, non avendo altre funzioni primarie apparenti oltre l’ornare, rendendoli così più piacevoli e accattivanti. Un ombretto, un rossetto, un fondotinta. Se è possibile pensare a un supermercato senza marche (discount), non riusciamo a immaginare un ‘super’ di prodotti incolore, sbiancati.
PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
...le nuove frontiere del marketing dei Colori, sempre più allusivo e intangibile rispetto ai prodotti, sempre più incuneato nei meandri psichici del soggetto-consumatore, fino a pornograficamente sfiorare – senza alcun pudore, senza nessuna mediazione – il suo fondo pulsionale più nascosto, la sua natura perversa e polimorfa.
PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
 
di davide del 04/03/2007 in Musica,  1928 link
Lo sapevano tutti, ed ha vinto Simone Cristicchi con la sua bella riedizione pop del volo iniziale(e finale) di Tom Tom in Million Dollar Hotel di Wim Wenders ; - )
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perché non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un’emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare

Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?

Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita son vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione?
Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare

Simone Cristicchi - Ti regalerò una rosa

UPDATE: Riguardo alla produzione del video di Alberto Puliafito, ecco un pezzo tratto da La Repubblica - Torino (di Federica Cravero):
TORINO - Quando Simone Cristicchi ha trionfato sul palcoscenico dell´Ariston, anche un gruppetto di torinesi ha sentito la vittoria come propria. Sono gli autori del videoclip di Ti regalerò una rosa, la lettera d´amore di un malato di mente che Cristicchi ha cantato a Sanremo. Regia di Alberto Puliafito, montaggio di Fulvio Nebbia e Michela Sessa, direttore della fotografia Gianni Giannelli e postproduzione della Lumiq (Colorist Giorgia Meacci). Una collaborazione, quella con il cantante, nata per caso proprio durante lo scorso Sanremo, quando Puliafito, che realizzava immagini per videofonini, si è imbattuto in un ragazzo che gestiva il blog di Cristicchi, allora famoso perché voleva «essere come Biagio Antonacci». Il rapporto si è consolidato e quest´estate hanno lavorato alla realizzazione del video Ombrelloni, clip autoprodotta poi acquistata dalla Sony.

Per mesi questo gruppetto di ragazzi è andato su e giù per l´Italia in quel che resta degli ospedali psichiatrici, a caccia di immagini, lettere e testimonianze di ex pazienti e infermieri. Il video della canzone fa parte di un progetto più ampio che comprende anche un libro, uno spettacolo teatrale e un documentario sulla realtà, oggi, dei manicomi in Italia, dove Cristicchi ha fatto volontariato, tra riconversione in centri diurni e locali abbandonati. E proprio dal documentario, presentato in anteprima a Sanremo e venduto insieme all´album, sono state tratte le immagini del videoclip. «Per la prima volta ho fatto il tifo per qualcuno a Sanremo - ammette il regista - Ma al di là del giudizio di parte penso che sia una canzone molto bella, con un finale triste e forte. Alla fine è venuto fuori un video impegnato ma non strappalacrime».

(6 marzo 2007)
 
PHOTO SPENCER TUNICK Dal blog Art & Architecture del Guardian, l'articolo di Jonathan Jones "The naked truth about Tunick" ripropone l'annosa questione di cosa è Arte e cosa Arte non è, e di quando, come nel caso delle installazioni di nudi di Spencer Tunick, una performance diventa sensazionale evento popolare grazie all'intervento dei media, al carisma pop del suo autore, e, volendo, al potere liberatorio della nudità.

PHOTO SPENCER TUNICK

"Se provi a criticare un artista popolare come Spencer Tunick sei inevitabilmente accusato di snobberia, ma voglio chiarirlo subito: non credo che nessuno possa confondere il suo sensazionalismo per arte.

Tunick è appena riuscito a persuadere
18'000 persone a spogliarsi per lui a Città del Messico per l'ultima della serie di sue fotografie di nudi di massa in giro per il mondo. Bene, buon per lui. Ne avrà pubblicità, e i partecipanti sicuramente si son divertiti, e magari lo hanno pure trovato un atto terapeutico.

E allora? Il lavoro di Tunick non è arte, e nessuno che lo ha davvero cosiderato tale per un momento continuerà a sostenere che lo era davvero: non c'è un "pensiero" davvero interessante sotto il suo lavoro, nè si tratta di una sfida provocatoria a quello che rappresenta il mondo dell'arte. Le sue prodezze fotografiche si posizionano allo stesso livello di una scema campagna pubblicitaria: trovo davvero spregevole il modo in cui Tunick viene acclamato per qualcosa di così chiassosamente cinico.

[...]

Penso che molte persone segretamente odino l'arte. Non molto tempo fa era perfettamente rispettabile esprimere questo odio, almeno per l'arte moderna o contemporanea, ma oggi l'arte recita un ruolo così importante nella nostra cultura che tutti si sentono obbligati a creditarle servizio incondizionato... malgardo ciò l'ancestrale odio sopravvive sotto le ceneri..."

Continua su blogs.guardian.co.uk »


In effetti è vero, Spencer Tunick è molto chiassoso, è un po' come Christo senza averne la classe, ma, nonostante la sua sfacciataggine e la sottiliezza della sua visione del mondo, non mi dispiace il suo semplice messaggio di armonia fra l'uomo ed il suo paesaggio urbano.

Condivido invece in pieno la sentenza sul servilismo verso l'arte che pervade certi ambienti, e mi risuona addirittura un po' demagogico il restringerlo unicamente all'arte moderna (o contemporanea), quando invece risale alla notte dei tempi, alla irresolvibile questione della definizione dell'arte.
 
Trovato in rete, mi ha fatto sorridere...
«Vorrei solo rendere "giustizia" a una generazione, quella di noi nati agli inizi degli anni '80 (o qualche anno più o anno meno).
Quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni.
Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia '90. Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quantocredono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
Babbo Natale non sempre ci portava ci che chiedevamo, per ci nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.
Siamo l'ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a Colori.
Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute dopo i 10 anni. E il bomber? Le All star? Le superga?Le clarks?
Andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stai gli ultimi a fare la Maturità in sessantesimi e ad iscriversi alle lauree quadriennali (quelle che valgono veramente) e a finirle in sei. Alcuni sono anche i pionieri del 3+2...
Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills ti piacquero per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon. Siamo una generazione che ha visto Maradona fare campagne contro la droga. Cresciuti col mito di Van Basten e che hanno visto San Siro cambiare per Italia'90.
Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co. e quelli per cui non gli costa niente licenziarci. Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico. Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; siamo state le più giovani vittime di Cernobyl.
Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che internet sarebbe stato un mondo libero. Abbiamo visto prima di chiunque altro il compact disc, detto anche cd room ora semplice cd. Gli ultimi ad aver usato e posseduto un mangianastri.
Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in. Siamo la generazione che and al cinema a vedere i film di Bud Kamen, e gli ultimi a usare dei gettoni del telefono. Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta.
Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di zucchero come resto. Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi giocare..."), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino, dei Puffi, i Volutrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con l'ascensore.
La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.
La generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno è la favorita...
L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni.
L'ultima generazione degli spinelli, delle canne...
Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi:
viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore. Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.
Non c'erano i cellulari. Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!!
Mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. Al limite uno era grasso e fine. Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi, dolby-surround, cellulari, computer e Internet, per ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non imbottigliata, che bevono anche i cani! E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo :P
Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò.
Congratulazioni a tutti coloro, che come me, hanno avuto la fortuna di crescere come bambini.»
Rendiamo giustizia ad una generazione
Alessandro Marcias
buncone@tiscali.it

 
PHOTO SPENCER TUNICK"Non è pornografico, non è volgare. E' creare nuove forme con i nostri corpi" Spencer Tunick

Ottenuto il Bachelor of Arts nel 1988, il newyorkese Spencer Tunick cominciò a fotografare nudi nelle vie di New York nel 1992, ed è molto conosciuto proprio per le sue fotografie che ritraggono folti gruppi di persone nude in contesti urbani o paesaggistici insoliti, non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutto il mondo.
Le sue non sono semplici fotografie in posa, ma complesse installazioni con le quale Tunick, loro regista, vuole celebrare la bellezza artistica della pura nudità, al di là della taglia o del colore della pelle, quando ci si è spogliati di abiti e di pudore, e magari ci si è sdraiati sull’asfalto della nostra città.

"Generalmente lavoro alle prime ore dell'alba perché le persone sono più distese, meno violente, e poi non amo la luce piena del giorno, preferisco Colori come il blu inchiostro o il grigio. Per le mie foto non capita mai che selezioni le persone in base a criteri di bellezza fisica, ritraggo solo chi me lo chiede espressamente"
E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. Nelle sue foto centinaia di corpi nudi, si costituiscono come parte del paesaggio. I nudi di Spencer Tunick non hanno niente a che fare con le rivendicazioni di ideali comunitari d'amore libero su modello Woodstockiano: la sua finalità è quella di restituire al corpo umano, nella sua imperfezione, la sua inalienabile dignità.

Le immagini scattate da Spencer Tunick raccontano di centinaia di centinaia di corpi che denudati perdono le loro differenze. Simmetrico, patinato, perfetto, è questo il corpo che la gran parte dei media c'impongono. Su questo stereotipo culturale riflette il lavoro di Tunick, immagini dove i corpi perdono, le loro caratteristiche corporali per acquisire quelle di forme astratte in un paesaggio metropolitano. Ma c’è anche qualcosa di più. Le sue foto descrivono paesaggi epici, antichissimi o forse di un futuro in cui sarà accaduto qualcosa di bellissimo o di terribile, ma comunque irreparabile. Da cui non si torna indietro.

Nel suo sito Tunick raccoglie le immagini archiviandole come "temporary site-related installations" e non si dilunga sulla "filosofia" che guida le sue composizioni: in poche righe riassume il suo punto di vista mentre, al contrario, racconta più dettagliatamente la battaglia legale affrontata per far valere il proprio diritto di esprimersi in base al primo emendamento della costituzione americana. Dopo anni di attività ha proseliti in tutto il mondo, ma ancora nessuno è riuscito a oscurare la sua fama e il formidabile attivismo. In cambio, il suoi modellli non chiedono assolutamente nulla: sono "volontari" chiamati attraverso la rete o con un passaparola in grado di solcare gli oceani pronti a posare in quel determinato luogo e a quell'ora, naturalmente senza nemmeno un braccialetto. Diventare "tunickomani" è facilissimo: è sufficiente indicare i propri dati nel form "sign to pose" ("firma per posare") e indicare la tonalità di colore della propria pelle. Quindi inviare. Spencer non richiede la "bella presenza", ma l'adesione al suo progetto che oggi si chiama "Naked World".

(NicoleDiver su thepillowbook)


PHOTO SPENCER TUNICK

PHOTO SPENCER TUNICK

PHOTO SPENCER TUNICK

Vai alla fotogallery. Clicca qui! Esilarante, ironica, audace o impudente e triviale?
Una nuova frontiera dell’arte figurativa o un’offesa al pubblico decoro?
Oppure semplicemente un'altra storia di ordinaria follia?
Non solo ai posteri l’ardua sentenza, se consideriamo che Spencer Tunick alla fine è uscito vincitore da tutte le battaglie legali e che le sue fotografie si sono guadagnate un posto in prima fila nei musei d’arte contemporanea. Nudi e crudi, come mamma ci ha fatto. Di tutte le taglie, di ogni colore. E' così che ci vuole Spencer Tunick, spogliati di abiti e di pudore magari sdraiati sull’asfalto delle nostre città. Ma il fine è nobile e sublime: la celebrazione della "bellezza artistica della pura nudità”.
Vai alla fotogallery. Clicca qui! Una proposta troppo indecente? Dipende.
Certamente sì per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, che fece arrestare Tunick nel 1999 per aver fatto distendere 50 corpi nudi a Times Square. Assolutamente no per il governo del Canada che lo ha invitato come ospite d’onore, o in Russia dove lo stesso direttore di un grande museo ha posato senza veli, o in Australia e Spagna con le adesioni trionfali di 4500 e 7000 volontari con i glutei gioiosamente al vento.
Vai alla fotogallery. Clicca qui! E' dal 1994 che Tunick realizza scene di nudo di massa e ritratti.
E’ stato in tutti e sette i continenti, reclutando migliaia di volontari in oltre 50 città del mondo, da Montreal a San Pietroburgo, da Santiago del Cile a Parigi, da Barcellona a Basilea, da Buenos Aires a Londra, da New York a Roma.
Definisce le sue opere artistiche “installazioni di nudo su larga scala”, una forma surreale di collage umano dove i tasselli sono i corpi spogliati e utilizzati come elementi di nuove forme.
E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. A Roma in Piazza Navona, a New York in Times Square e Central Park, in Nevada nel deserto.
E ogni volta puntualmente fornisce materiale di disquisizione non solo a studiosi d’arte ma anche a psicologi sociali e ad ospiti di talk show. Vi è per caso venuta la voglia di partecipare al prossimo happening di nudo su larga scala? Potrebbe essere il vostro momento di gloria. Il modulo d’iscrizione è on line.

(ilaria besana su alice.it)


Spencer Tunick Performance in Times Square



Spencer Tunick in Lyon (F) - audio in French


Proprio in questo week-end Spencer Tunick sta realizzando un'altra delle sue installazioni a Città del Messico. Sarà un altro record di presenze?

UPDATE 6 maggio 2007: Leggo su Repubblica.it che nella piazza principale di Città del Messico l'ultima installazione di Spencer Tunick ha superato il record precedente stabilito a Barcellona. Ecco alcune foto  dell'evento che ha raccolto circa ventimila persone, così come sono state rimbalzate dalle agenzie di stampa:








 
PHOTO DAVID LACHAPELLELa superficialità e la chiassosità del fotografo americano David LaChapelle sono la sua vera forza. E' sempre così dichiaratamente e volutamente provocatorio che non gli si può dire nulla: lui, quando comunica, non parla, ma URLA. Ultimo vero baluardo della culura pop degli anni 70, è diventato uno dei più acclamati fotografi dello show-business. Nel suo sito però, soprattuto tra i portrait, ci sono fotografie che sono veri e propri capolavori di espressività, molte delle quali gli hanno guadagnato, oltre al successo commerciale, anche fama nel mondo della fotografia d'arte.


The Last Supper

LaChapelle è un fotografo, anzi è il fotografo, ha fotografato TUTTI. Se vi viene in mente il nome di una star dello show business, una QUALUNQUE, una che conti almeno qualcosa, state certi che lui l’ha fotografata, perchè se conti qualcosa nella torbida valle di Hollywood non puoi non avere una foto di David. E per David si intende proprio lui LaChapelle. Roba che Courtney Love dovrebbe baciare la terra su cui lui cammina e ringraziarlo a vita per le foto che le ha fatto a quella sciamannata con il mascara sempre sbavato, gli NSYNC dovrebbero genuflettersi per quella foto in cui hanno per la prima e probabilmente l’ultima volta nella loro vita uno spessore artistico. Perfino Tori Spelling sembra possedere un qualche tipo di fascino e di mistero.


Madonna

David, il cappellaio matto, il prestigiatore delle star, riesce a far apparire tutti stupendi e speciali in qualche modo. E’ riuscito a far sembrare le tette di Pamela Anderson giustificabili dal punto di vista artistico. E il bello è che lui non trasforma la persona che ha davanti, non la cambia, ma solo la ESPANDE, prende il lato migliore e lo esagera fino a farlo sembrare irresistibile per chiunque guardi, per lui, come per mia nonna quando cucina, niente è mai troppo.


Paris Hilton

Quando ero piccola mi raccontavano una favola su di un anello che se lo indossavi faceva innamorare tutti di te, ecco, secondo me David possiede quell’anello, ma invece di tenerselo solo per se, lo presta alla persona che deve fotografare, ma per poco, giusto il tempo dello scatto, poi possono continuare a fare la loto, banale, noiosa vita da star. I Colori sono ovviamente saturi, si sparano diretti nel cervello, alla base del sistema nervoso di chi guarda. Se è eccessivo è lui. Se è colorato è lui. Se vi sembra pornografia di bassa lega e coi Colori sbagliati è lui. Se vi sembra che qualcuno stia urlando mentre guardate una foto è sempre lui.


Angelina Jolie

L’espressione GENIO sembra essere stata coniata apposta per lui, ma nel senso di diavoletto, di genietto ‘platonico’ e malizioso, un Daemon, un Satiro che scorrazza nel dorato mondo di Hollywood, un Puck contemporaneo che sparge la polvere magica dello scandalo sugli occhi della gente.


Britney Spears

Ha girato video musicali, ha girato spot pubblicitari che voi vedete ogni giorno quando accendete la televisione, ha fatto le copertine di innumerevoli dischi che voi probabilmente possedete (Maria Carey spero di no), ha firmato le copertine di praticamente qualsiasi settimanale sia uscito negli ultimi dieci anni in ogni parte del mondo. Gael Garcia Bernal non sapeva di essere Gael Garcia Bernal prima di essere fotografato da LaChapelle, o pensavate che fosse tutto merito di quella motocicletta scarcassata che guidava? LaChapelle è intorno a voi e voi neanche ve ne accorgete, e ne avrete ancora e ancora finchè LaChapelle avrà vita.

Se ancora non vi basta, qualsiasi cosa si sia anche accidentalmente frapposta tra l’obbiettivo fotografico di quest’uomo e la realtà negli ultimi dieci anni è probabilmente arte. LaChapelle è America, è come uno di quei mega barattoli di maionese o di burro di arachidi che qui in Italia non esistono. LaChapelle è un Big Mac, ipercalorico, coloratissimo, grande, eccessivo, immangiabile.


Definire fotografia l'opera di LaChapelle è sicuramente una semplificazione, le sue sono immagini dove realtà, sogno e dissacrante surrealismo, si fondono in una rappresentazione che lascia sconcertati e affascinati.
Nasce a Farmington Connecticut nel 1963, nel 1978 si trasferisce a New York cominciando la sua avventura artistica con Andy Warhol, per la rivista INTERVIEW fino al 1987, anno della scomparsa del grande artista. A 24 anni David è già una grande firma del fotogiornalismo con servizi per VOGUE, VANITY FAIR, THE FACE (fra le più importanti riviste di moda e costume). Nel 1996 vince il premio come fotografo dell'anno, inoltre il suo primo libro fotografico "LaChapelle Land" va a ruba, nel 1999 il secondo libro di immagini "Hotel LaChapelle" si conferma un best seller.


Pubblicità Motorola

Il genio creativo, esplode in tutta la sua virulenza espressiva, quando LaChapelle esce dagli angusti limiti del genere ritrattistico o giornalistico. Le sue creazioni falsamente astratte, anzi di un simbolismo deflagrante e volutamente blasfemo, sono il prodotto di una ricerca tanto lucida quanto visionaria. Si tratta di immagini pensate e costruite con senso del grottesco e dell'impossibile, in una miscela esplosiva di Colori violenti, ironia, sensualità, oltraggio. Il tutto però non è gratuito, ma vuole essere una satira della vacuità, dell'edonismo, del vuoto apparire privo di contenuti del nostro tempo, ma senza drammatizzazioni e anzi con una visione divertita e disincantata. Quella di David LaChapelle è poi una ricerca di sperimentazione pura, essendo le sue opere frutto di elaborazione e fotoritocco digitale, dello stesso autore.



“Cerco il brutto nel bello e il bello nel kitsch. I miei scenari preferiti sono i McDonald's e le auto da poco, all'inizio oziavo in questi posti, ora li fotografo. Mi allontano deliberatamente dalla realtà di tutti i giorni, la vita è troppo triste. La comicità è una forma di bellezza: guardate John Belushi, lui era bello perché era buffo”

LaChapelle in fondo con la sua arte cerca il grottesco del quotidiano e il bello dove proprio non c'è.

Moby - "Natural blues"

(NicoleDiver su thepillowbook)



Profile of David LaChapelle
 
di davide del 06/02/2007 in Fotografia / Reportage,  3834 link

Dall'Irlanda la fotografia di reportage dai Colori mozzafiato di Matthew Thompson: http://matthewthompsonphotography.com/

(C) Matthew Thompson - http://www.matthewthompsonphotography.com/
PHOTO COPYRIGHT MATTHEW THOMPSON - ALL RIGHTS RESERVED

(C) Matthew Thompson - http://www.matthewthompsonphotography.com/
PHOTO COPYRIGHT MATTHEW THOMPSON - ALL RIGHTS RESERVED

Dall'Australia la creatività del giovanissimo Justin Ridler: http://www.justinridler.com/

(C) Justin Ridler - http://www.justinridler.com/
PHOTO COPYRIGHT JUSTIN RIDLER - ALL RIGHTS RESERVED

(C) Justin Ridler - http://www.justinridler.com/
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[Visitati con Ella nel Gennaio 2007]

 

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06/02/2007 - Il reportage dai Colori mozzafiato - Matthew Thompson
"
D'interessante c'è che, secondo gli astronomi moderni, lo spazio è finito. E' un pensiero confortante, specie per chi non ricorda mai dove ha lasciato gli occhiali.

Woody Allen
"
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