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di davide del 27/02/2007 in Cinema,  1585 link
Espedienti narrativi degni del miglior Tarantino, regia e montaggio coinvolgenti, storia d'autore (Guillermo Arriaga) ed interessante: il tutto messicano primo grande film del messicano Alejandro González Iñárritu riesce nell'intento di colpire lo spettatore, ed assicurare un prospero futuro al suo autore.
Amores perros ricorre agli stessi espedienti narrativi che ultimamente bastano a sancire il successo di una pellicola, riuscendo però a destare svariati motivi di interesse che non siano meramente letterari. Dopo la visione di questo film verrebbe istintivo di mettersi a riflettere sul concetto di realismo. Chissà perché poi, dal momento che Inarritu nel primo episodio (decisamente il più interessante) ce la mette proprio tutta per allontanarsene a colpi di stacchi repentini, spingendo il piede sull'acceleratore con tutta la violenza di un montaggio irrequieto e rabbioso.

Tratto dalla recensione su gli spietati
Dopo Amores perros, uscito in Italia nel 2001, arriveranno infatti 21 grammi e Babel...
[Visto oggi con Lilia e Paolo]
 
di davide del 14/03/2007 in Cinema,  1617 link
Nuovomondo
[...] Esaltato dalla critica Dopo il primo successo, presto dimenticato e bollato come meteora, con questo film Crialese convince – definitivamente, si spera – tutti. Il suo “Nuovomondo” è , come “Lamerica” di Gianni Amelio (1994), un’idea, forse un’illusione, nella testa di chi lascia il proprio ‘vecchio mondo’: un’aspettativa enorme, perché non rappresenta un posto, ma il futuro.
Il futuro preso in esame è quello degli emigranti italiani di inizio Novecento, tutti quanti poveri, con una valigia piena di ricordi e il vestito buono addosso, per mostrare il loro ottimismo e gettare via la disperazione di un passato senza prospettive. L’America – quella vera – è la luce in fondo a un tunnel lungo quanto la loro vita intera, e basta soltanto intravederla per rimanere abbagliati e perdere il senso della realtà. Giustamente, perché si tratta una realtà che non hanno modo di commisurare alla loro esperienza, alle loro conoscenze e, quindi, nemmeno alle loro aspettative. Al centro di questa pellicola non c’è il nuovo mondo, né la storia degli emigranti: è raccontato il loro viaggio o, più precisamente, la loro idea di viaggio: il nuovomondo, la nuovavita, la nuovaluce.
[...]
[Visto ieri con Alessandra, Alessia, Chiara, Fabri, Lilia, Simona, ...]
 
di davide del 06/09/2010 in Blogging,  6894 link
DSLR
Il 2010 è l'anno in cui la Reflex Digitale diventa fenomeno consumer di massa. Ecco perchè sempre più spesso amici e conoscenti proprio quest'anno mi fanno sempre la stessa domanda: "quale reflex digitale cosigli per iniziare?". Quasi tutti provengono dall'esperienza con fotocamere digitali compatte, e pochi da fotocamere "super-zoom".
Di seguito elenco alcune reflex digitali (DSLR) sotto i 1000 Euro con ottica a corredo. Hanno tutte autofocus efficace, scatto immediato, mirino ottico con visione attraverso l'obiettivo, sensore di grandi dimensioni (formato "APS-C", poco meno delle dimensioni della pellicola formato "35mm" tradizionale) con nitidezza e sensibilità molto superiori alle fotocamere compatte, dotate di sensore di dimensioni inferiori. Lo schermo posteriore serve quasi esclusivamente a rivedere le immagini già scattate, non a inquadrarle. Forniscono tutte ottimi file codificati direttamente in formato standard JPEG, ma possono scattare anche in un formato proprietario di alta qualità (detto RAW), che rappresente l'equivalente digitale del negativo dei tempi della pellicola: è possibile "sviluppare" manualmente i file RAW mediante appositi software su PC in modo da ottenere risultati personalizzati, sempre in formato JPEG (lo standard per la visualizzazione su PC e la stampa fotografica).

Di Canon:
Canon EOS 550D:
oppure (da ottobre), la sorella maggiore con mirino migliore, AF e scatto più veloce, e più facile da usare in manuale:
Canon EOS 60D:
Di Nikon:
Nikon D3100 (appena uscita):
oppure, la sorella maggiore con mirino e schermo LCD migliori, AF e scatto più veloce, e più facile da usare in manuale:
Nikon D90 (sarà sostituita dalla D7000 da ottobre):

Alternativa Olympus:
Olympus E620:
che offre qualità analoghe alle più blasonate Nikon e Canon, in un corpo macchina più compatto e leggero (grazie al sensore formato "4 terzi", lievemente più piccolo di quello in formato "APS-C" delle altre DSLR sopra elencate).

Qualità: Pixel e Obbiettivi
Più o meno tutte hanno fra i 12 e 17 MegaPixel, ma non fa tanta differenza a questi livelli perchè da 10Mpix in su (di una Reflex) si è già superata la qualità di pellicola+scansione (i MPix di una compatta, essendo il sensore di dimensioni ridottissime, non sono confrontabili con quelli di una Reflex di grandi dimensioni come queste). Più differenza la fanno gli obiettivi, e quelli standard di dimensioni ridotte a corredo con le reflex citate sono ovviamente modelli base, ma sufficienti per iniziare a fare le cose seriamente. 
L'obiettivo standard per le reflex digitali in formato APS-C come queste è in genere uno zoom 18-55mm (da grandangolare a piccolo tele, equivalente su pellicola al classico zoom 28-80mm) con luminosità limitata (f/3.5-5.6). A volte vengono proposti un abbinamento con uno zoom più spinto verso il tele (es. 18-135mm), oppure abbinamento con coppia di ottiche 18-55 e un teleobiettivo vero e proprio (es. 55-200m f/4.5-5,6): l'accoppiata di 2 zoom ha qualità e prestazioni superiori al singolo zoom più spinto, ma ha l'inconveniente di richiedere il cambio obiettivi.
L'obiettivo che utilizzo per il 90% degli scatti ha una focale di 17-55mm analoga a quelli degli zoom compatti di serie con le reflex di cui sopra, ma ha una luminosità doppia o tripla (f/2.8), ed è per questo che è così pesante e di grandi dimensioni.
Altra prestazione delle ottiche utile sul campo è il sistema di riduzione vibrazioni (Canon la battezza "IS", Nikon "VR", Sony incorpora la funzione nel corpo macchina).

Conclusioni
Tutto sommato, per quanto è disponibile oggi 6 settembre 2010 nei negozi (o online), la macchina più aggiornata per cominciare a fare le cose seriamente e con il miglior rapporto prezzo/prestazioni è la Canon EOS 550D con un ottica "IS". Oppure la Nikon D90 con un ottica "VR" (qualche megapixel in meno, ma ergonomia e precisione superiori).

Il mercato
Altro marchio emergente (azienda che spinge sia con innovazioni che con strategie di marketing aggressive) è la Sony, che ha rilevato un paio d'anni fa il business delle macchine fotografiche di Minolta.  Le Panasonic, Samsung e Olympus hanno solo prodotti entry level, anche ottimi (Oly e Panasonic), e/o dal marketing molto aggressivo (Samsung), mentre Pentax è in grossa crisi di identità (e di mercato), Dopo l'acquisizione del settore "photo" da parte di Hoya/Tokina. Il resto del mercato è fatto da una miriade di prodotti compatti di fascia bassa, o da soluzioni esoteriche per fotoamatori super-tecnofili, dal rapporto prezzo prestazioni decisamente dubbio, e di fatto raramente utilizzate davvero dai professionisti nel campo del reportage, advertising o fashon.

Negozi fisici
I negozi fisici, rispetto a quelli online, garantiscono un livello di servizio (consulenza e assistenza) altrimenti impossibile da ottenere, al costo di davvero solo pochi euro in più.
Un negozio in centro a Bologna dove sono molto forniti e hanno un supporto specialistico dedicato alle reflex digitali è l'Immagine di Via Manzoni 6: http://www.limmaginefotocine.it/ ma ne esistono anche altri più storici o meno.

Le FAQ:
1) sono macchine "professionali" quelle consigliate?
     Sono macchine posizionate nel segmento "consumer", ma che possono offrire risultati del tutto analoghi a quelli delle macchine "professionali", soprattutto sfruttando utilizzando al meglio le ottiche e scattando nel formato RAW. Ecco perchè sono tutte DSLR di successo, molto diffuse.
2) cosa ha in più una DSLR del segmento "professionale" rispetto ad una DSLR "consumer"?
     - qualche pixel in più, ma non è detto in quanto 12/14 sono sufficienti per molte applicazioni professionali.
     - un sensore ancora più ampio dell'APS-C, ad esempio il pieno formato della pellicola "35mm", per maggiore sensibilità e migliore resa generale, ma non è detto perchè i fotografi di sport e naturalistici preferiscono i sensori APS-C che meglio sfruttano le ottiche esistenti per inquadrare soggetti lontani.
     - un mirino più preciso, più ampio e più luminoso, per inquadrature più facili anche al buio.
     - un autofocus più veloce e con più punti sensibili dell'inquadratura.
     - uno scatto a raffica ancora più veloce, ma i 3 fotogrammi al secondo delle macchine consigliate non sono pochi.
     - una carrozzeria in lega di metallo e non in plastica, magari con guarnizioni stagne a prova di pioggia. Di contro è più ingombrante e più pesante.
     - possibilità di usare doppie batterie e doppie schede di memoria per aumentare a dismisura l'autonomia in campo, ma già la durata delle batterie e delle schede oggi disponibili sulle macchine consigliate è sufficiente per moltissimi usi.
3) Molte Reflex recenti (e tutte quelle consigliate esclusa la Olympus) possono registrare spezzoni video in HD. E' una funzione utile?
     E' una funzione molto utile, ma che non sostituisce una telecamera dedicata (compatta o professionale) per registrare falcilmente molti video di alta qualità. Comunque realizzare video è molto diverso dallo scattare foto, sia in sede di ripresa, che in sede di post- produzione. E' un gadget simpatico, e permette la realizzazione di filmati di alta qualità video e ottica, grazie al parco ottiche diponibili per le reflex e all'effetto sfocata molto cinematografico possibile solo con sensori di grandi dimensioni come gli APS-C.

 
L'informazione mediatica è mendace: Dopo 15 anni di stato vegetativo persistente, in una condizione medica simile, l'autopsia h arivelato che il cervello di Terri Schiavo pesava poco più di 600 grammi, ovvero metà di quello che avrebbe dovuto essere, e almeno il 70% delle cellule neuronali erano irremediabilmente danneggiate. Ecco perchè Dopo 5/6 anni di coma vegetativo, nessuno si risveglia più: il danno al cervello è irreversibile, e nessuna terapia può in alcun modo reintegrare la massiva perdita di neuroni.
 

Sono quasi le tre del pomeriggio, e il baccano della tormenta si sta abbattendo sulla città. Con le sue violente raffiche di vento e pioggia, inframezzato dal vocìo della strada e dall'acre fumo dei tegami, mi ha sbattuto con forza giù dal letto Dopo solo poche ore di sonno. Le ossa, il collo in particolare, mi fanno un po' male. Intorno solo tanti bicchieri di plastica rovesciati, qualche macchia sul tappeto e odore acido di liquori e di spezie, e del wok del ristorante sotto casa che sta sfriggendo carni e riso ormai da troppe ore.

 

Che serata ieri sera! Che bello vedere tanta gente in festa nel grande appartamento sperduto in questa immensa periferia che la compagnia mi ha messo a disposizione: c'erano tutti, e, quasi quasi, sono stati anche simpatici con me, anche se ci conosciamo e ci capiamo appena. Non avrei mai creduto che un po' di buon vecchio french touch che usciva dal mio lettore mp3, amplificato appena dai diffusori rigorosamente “Made in Taiwan” presi a prestito dal mio vicino, potessero creare una tale atmosfera... Merde, quanta merda rovesciata per terra. Azzz anche sul muro appena intonacato... speriamo che quel truce del padrone non s'incazzi poi se sarà difficile coprire l'odore da fetido bar di perifieria italiana che il martini e ore di sigarette hanno fatto già stagnare in questa casa. Dio che fastidio, vorrei vomitare.

Ora che ci penso, è una vita che non lo faccio. Da quando non fumo più, penso. Neanche Dopo le sbronze più catastrofiche. Per questo, soprattutto per un ipocondriaco come me, non è bene star per vomitare. Proprio ora e per davvero, e per di più senza aver quasi toccato alcool ieri sera. Certo che per un ex-quasi-bulimico sto davvero mangiando troppo e male da quando sono lontano: Dopo il pranzo di pesce crudo e riso al ristorante giapponese dove c'era anche la tipa mora e alta, dai lunghi capelli corvini decorati con fiori di campo porpora, che quasi quasi avrebbe potuto farmi di nuovo battere il cuore, ieri ho poi fatto aperitivo al lounge bar finto-newyorkerse in centro, ma bevendo quasi nulla... Poi, a cena, prima pollo, curry, tanto pollo e tanto curry a dire il vero, e tante altre cose e altre spezie, alla taverna locale, eppoi formaggi, ostriche e profumate delizie al ristorante francese. Infine, al termine della nottata, tutte le pizzette che avevo fatto arrivare apposta per intrattenere gli ospiti chiamati da me per l'after-dinner. Merda che nausea.

Nella patria della tecnologia di consumo non sono ancora dotato di una connessione internet domestica, incredibile. Il mio cellulare, chissà perchè, proprio qui non trasferisce dati, e tutto quello che riesco a fare è sbattermi da una parte e dall'altra della metropoli per restituire quasi ogni fine giornata la chiavetta da 16 Giga ricolma di sgargianti immagini da mal di stomaco. E il mio blog, e gli altri progetti, e non solo quelli, ne risentono... ho sempre tanto sonno, e tanto ritardo nel fare le cose. Proprio dal primo giorno, proprio da quando sono salito sull'aereo alle 14 per uscirne a mezzanotte. Peccato che qui fossero le 8 del mattino, e che la prima riunione col mio agente distava solo due ore, e che a quasi quarant'anni le notti in bianco son pesanti...

Non sono più in occidente, ma neanche in estremo oriente forse. Sono qui, ora, ed è bellissimo. Ed è tutto molto, ma molto, strano, e molto istruttivo. Incantevole, vorrei dire, ma non so.

Peccato solo che ora non vorrei far altro che vomitare...

Taipei (Taiwan) - 07 ottobre 2007

 
Dopo l'antologica VERTIGO inaugurale, il MAMbo dedica lo spazio espositivo a una raccolta di opere egoriferitamente dedicate alla concezione dello spazio espositivo, del museo d’arte contemporanea, tramite l'arte contemporanea.
Dimenticata la ressa di inizio maggio, sabato 1 dicembre solo veri appassionati, studenti e addetti del settore si ritrovano all 17 per godere comodamente delle 4 installazioni a tema, espressamente concepite o specificamente riallestite per il MAMbo.

All’ingresso la gradita sorpresa romanticamente pop di Adam Chodzko: "M-path and Hole" è un concept di facile effetto sul mettersi, tramite l’arte, nei panni di un altro. Entrando nel museo il visitatore è invitato a scambiare le proprie scarpe con quelle di un ignaro abitante di un quartiere periferico cittadino che le ha appositamente lasciate all’artista.


Adam Chodzko: "M-path and Hole"


Adam Chodzko: "M-path and Hole"

Troppo sottile il concetto della “mossa del cavallo” e davvero troppo banale la realizzazione di Eva Marisaldi. “Jumps” tradisce la metamorfosi emotiva di una donna che diventa madre più che delineare percorsi di scoperta attraverso l’esposizione di ostacoli a misura di pargoletto.

Grandioso l’allestimento de “La mamma di Boccioni in ambulanza e la fusione della campana” di Diego Perrone che sfrutta la verticalità dello spazio espositivo dell’ex forno del pane.


Diego Perrone: “La mamma di Boccioni in ambulanza e la fusione della campana”

Interessante l’”Already Vanishing” di Bojan Šarcevic che sfrutta la singolare contrapposizione fra geometrie architettoniche e carne appena macellata per ibridizzare il film a 16mm con la scultura moderna. Davvero pregevole l’allestimento curato da Andrea Viliani su precise indicazioni del giovane artista.


Bojan Šarcevic: ”Already Vanishing”

Simpatiche infine le esplorazioni temporali su video di Loulou Cherinet e Kjersti Sundland dalla prima selezione per la TIME CODE inaugurata quindici giorni fa.

In sordina oggi ha inaugurato anche la biblioteca del MAMbo, che offre dalle10 alle 17.30 (domeniche e lunedì esclusi) accesso a tutti i più importanti cataloghi in possesso del museo d'arte contemporanea bolognese.
Simpatica la realizzazione (edizione Skira/MAMbo) dei quattro mini-cataloghi per le installazioni di Chodzko-Marisaldi-Perrone-Sarcevic per questa Step2, e bello anche format e realizzazione grafica. Peccato solo il prezzo: 20 Euro ognuno, ovvero 80 Euro per la serie dei 4 mini-cataloghi che a stento sostituiscono un vero e proprio catalogo di alto livello di una grande esposizione. 15 Euro erano più che sufficienti...

 
Marcel Marceau

Se c’è qualcosa che da solo sublima e diventa etereo in una scena, senza dubbio è colpa di Marcel Marceau.

Il silenzio delle foreste, dei cortili assolati dalle torridi estate del sud d'Italia, il silenzio della notte, e anche il silenzio degli storici a noi contemporanei: Marceau è un miliziano che ordina e mette in ordine il silenzio a fine giornata, a tutto e a tutti; questo è Marcel Marceau!

E “Bip”, il personaggio per cui è diventato popolare, la sua voce. La voce del principe del silenzio.

Grazie Marcel per tutti i pomeriggi in cui mi hai regalato i sogni di bambino. Grazie anche se alcuni di quei sogni li so interpretare solo ora. Grazie per esserci stato dentro quel minuscolo cinescopio in bianco e nero che solo noi nati nei sessanta osiamo ancora ricordare.

Buonanotte Marcel, e adieu.


DISPACCIO ANSA DEL 2007-09-23 15:59 - ADDIO MARCEL MARCEAU, IL CHARLIE CHAPLIN DEL MIMO
PARIGI - Marcel Marceau, il Charlie Chaplin del mimo, morto ieri sera all'età di 84 anni, con il suo personaggio Bip, portato in tutto il mondo, aveva sollevato l'arte del mimo al suo massimo. Nato a Strasburgo nel 1923 con il nome di Marcel Mangel nel 1939 aveva cambiato il cognome in Marceau per nascondere le sue origini ebraiche. Entrato nella resistenza nel 1944, alla fine della guerra aveva pensato di dedicarsi alla pittura e di seguire la scuola d'arti decorative di Limoges. Ma la passione del teatro alla fine aveva prevalso; Marceau aveva debuttato sotto Charles Dullin nel 'Volpone' nel teatro di Sarah Bernard.

Ma l'incontro nel 1946 con Etienne Decroux ha segnato la sua scelta definita per il mimo. Nello stesso anno ha recitato con la compagnia di Renaud-Barrault il ruolo di Arlecchino nel 'Battista', una pantomima tratta dal film di Carné Les enfants du paradis. E' dalla sua passione per Buster Keaton, i fratelli Max e soprattutto Charlie Chaplin che nasce l'anno Dopo il personaggio di Bip. Bip, il Pierrot del XX secolo, era nato nel 1947; figlio delle difficoltà del Dopo guerra e del nuovo mondo che si delineava con un modello come riferimento: il vagabondo di Chaplin.

Nel 1949 aveva fondato la compagnia di mimo Marcel Marceau, la prima al mondo del suo genere. Via via Marceau con una serie di lavori come Le jouer de flute, Exercises de style, Le matador, Le petit cirque, Paris qui rit, Paris qui pleure, aveva saputo imporre la sua figura, la sua silouette nervosa e minuta, il suo viso livido attraversato da tutti i sentimenti, dall'allegria alla tristezza più cupa.

Diventato famoso anche oltre oceano, Marceau aveva partecipato negli Stati Uniti anche a numerosi film quali First class, Shanks, Barbarella (di Roger Vadim), Silent movie, ovvero L'ultima follia (di Mel Brooks). La compagnia di Marceau ha lavorato negli anni nei principali teatri parigini e mondiali; dal 1969 al 1971 l'artista ha animato la scuola internazionale di mimo e poi nel 1978 ha dato vita alla scuola internazionale di mimodramma di Parigi.

Eletto all'Academie des beaux-artes nel 1991, due anni Dopo ha organizzato la nuova compagnia del mimodramma di Marcel Marceau che ha animato la scena dell'espace Cardin dal 1993 al 1997. Il grande mimo ha anche scritto numerosi libri tra i quali la storia di Bip, il terzo occhio e diversi lavori per bambini. La cerimonia funebre del Charlie Chaplin del mimo, morto attorniato da tutta la famiglia, si terrà al cimitero monumentale di Parigi di Pere Lachese. Per il momento i figli hanno annunciato di non voler rendere note le circostanze e il luogo della morte di Marcel Marceau.

 
E' folgorante l'ultimo disco dei Throbbing Gristle, rivoluzionaria band del post-punk inglese di trenta anni fa, riunita di recente per produrre questo capolavoro. “Part Two - The Endless Not”, disco uscito Dopo lunga gestazione soltanto nel 2007, rappresenta la massima celebrazione dell'era post industriale contemporanea. The Endless Not non è un disco, ma rappresenta una stupefacente performance di arte contemporanea. E' il sottofondo di tutte le nostre vite. Delle gioie e delle angosce.

Non una band, ma una entità fuori dal tempo, organismo vivo, parassita mentale che è tornato a nutrirsi nuovamente dei nostri neuroni, del nostro inconscio, della nostra immaginazione più sommersa e indicibile, "Throbbing Gristle - Part Two" è una stellare prova di rinnovata, definitiva superiorità.

Mauro Roma su ondarock
 
Rockstar di Luigi Milani (sx) e Kurt Cobain (dx) Leggere “Rockstar” di Luigi Milani è un piacevole rientro alle atmosfere del grunge dei primi anni '90, quell'ibridazione rock che finalmente spedì nel dimenticatoio i suononi yuppistici di troppo pop anni '80.
L'inizio degli anni '90 musicalmente è stato dominato da loschi capelloni che indossavano jeans sdruciti e camicie di flanella a quadrettoni. Erano gli anni del grunge, dei riff di chitarre distorte ad accompagnare voci roche ed esistenzialiste.
Il romanzo ruota attorno alla precoce scomparsa di Phil Summers, leader dei Chaos Manor, nei sobborghi londinesi.
Dopo anni di successi interstellari, la rapida caduta, dovuta alla morte della sua tanto amata Marie, anch'essa leader di un gruppo rock.
Ma sarà davvero morto? In fondo del suo corpo sono state trovate solo un mucchio di ossa incenerite. A questa domanda cerca di dare risposta Kathy Lexmark, ex vee-jay in cerca di identità.
[da booksblog]

Se è fin troppo facile identificare Phil Summers nel mediaticamente iper-compianto Kurt Cobain, il tenebroso Frank Colan, il fotografo di tutta la musica Rock, ricorda l'Anton Corbijn che ha fotografato e ripreso tutti, ma proprio tutti, i tratti somatici della musica pop, almeno dagli anni ottanta in poi. Un uomo indurito dall'aver continuamente dovuto affrontare il vertiginoso bilico fra l'essere e l'apparire. In difficoltà con la propria vita ancor prima di dover affrontare la prova definitiva, quella della malattia.


PHOTO ANTON CORBIJN

U2 - PHOTO ANTON CORBIJN

Depeche Mode - PHOTO ANTON CORBIJN
Depeche Mode - PHOTO ANTON CORBIJN

Davvero notevole la prosa nei momenti a forte impatto emozionale, nei quali vi è perfetta simbiosi fra personaggio, ambiente circostante, accadimento e descrizione dell'autore. Altre volte il lessico, forse inframezzato da alcuni tecnicismi di troppo, tradisce il background dell'autore, ma non toglie scorrevolezza ad una narrazione che fin dal principio trascina il lettore alla scoperta di una verità su di una realtà di vita che è invece influenzata da sogni e dal paranormale.

Per chi, come il sottoscritto, ha seguito molto da vicino, o addirittura dal di dentro, i meccanismi dello show-business, “Rockstar” ripropone la semplice verità che esiste dietro ogni impresa commerciale, ovvero che l'espressività, l'emozione, l'arte... lasciano il posto all'intrattenimento, a qualsiasi costo. Musica, teatro, arte contemporanea che sia.

Chi è Luigi Milani
Luigi MilaniLuigi Milani è nato a Roma, città dove vive e lavora, nel 1963. Scrive di musica e tecnologia da oltre un decennio. Ha collaborato con le riviste M Macintosh Magazine e Virtual, occupandosi, tra l’altro, di recensioni letterarie e di interviste a personaggi del mondo dell’arte e dello spettacolo. Negli stessi anni ha curato per Agorà Telematica e MIX on Line la gestione di diverse aree tematiche. Attualmente scrive per Applicando, rivista leader della comunità Apple, e collabora con alcuni siti Web a carattere musicale. Sul finire degli anni Novanta ha realizzato i testi dei siti Web di alcuni noti personaggi del mondo dello spettacolo. In veste di sceneggiatore e consulente tecnico ha collaborato con una piccola società di produzione cinematografica di Roma. È autore di un blog molto frequentato, False Percezioni.
Compare con tre racconti nell’antologia “XII”, il primo volume di racconti scritti da dodici autori italiani indipendenti incontratisi nella Rete, pubblicato con il sistema print on demand dell’editore statunitense Lulu.
[da Livia Bidoli su La Repubblica/Roma]

Link al libro su Lulu: http://www.lulu.com/content/600141
Blog di Luigi Milani: http://falsepercezioni.blogspot.com/

 
"Slowly" remixata da Max Sedlgey. Usata per innumerevoli spot televisivi, ci ho messo un po' per scovarla, Dopo essermi anche copiato in locale il "pop-up" pubblicitario di una rivista di moda nata poco prima che cominciassi a scrivere su questo blog....
Summertime, the sun is high.
She's in the mood to love the guy.

And we go down slowly,
as we go down slowly.

Afternoon, chill with ease.
I want some more of
your cootchy tease.

As we go down slowly.
And we go down slowly.

[ I ] said, [ I ] love that girl,
she's all I need.
A natural high, she's giving me.

As we go down slowly.
And we go down slowly.

[ 2x ]
By love
Aquamined??(not sure)
Earth to touch...
And air to ride...

Slowly.
Slowly.

Love, ah-huh, ow.
Love, ah-huh, ow.
Love, ah-huh, ow.

Ecstasy is in the air.
Summer nights
made for loving, yeah.
Ecstasy is in the air.
Summer nights
made for loving, yeah.

Slowly.
Slowly.

As we go down slowly.
And we go down slowly.

As we go down slowly.
And we go down... slowly.
 
Dopo averne parlato il 23 marzo, di nuovo oggi Repubblica.it pubblica la notizia di trattamenti farmacologici che avrebbero il potere di eliminare gli effetti emotivi dei traumi.
Esattamente come succedeva nel film "The eternal sunshine of the spotless mind" di quel geniaccio di Charlie Kaufman.
Anch'io nel mio piccolo già allora ero stato colpito allora dalla notizie e avevo formulato una domanda retorica: è davvero questo quello che vogliamo? E' meglio dimenticare che evolvere grazie alla consapevolezza di quello che ci è davvero successo, nel bene e nel male, fisicamente e emotivamente?
Beh, è difficile formulare giudizi assoluti, però, per quanto possa sembrare enorme il dolore di determinate situazioni, la consapevolezza è in molti casi forse ancora una cura migliore.
 
(C) PHOTO JIM GOLDBERG - Raised By WolvesHo avuto la fortuna di conoscerlo nell’agosto del 99. Bell’annata per me il 99, sì. Fra le mille persone interessanti, incrociai proprio lui, Jim Goldberg, che si trovava in toscana per tenere workshop a fortunati figli di papà con l’hobby della foto. Non siamo diventati amici però, forse emotivamente troppo lontani allora.
Ricordo, sbiadite ma emozionanti, un paio cordiali di cene in una lunga tavolata. Ricordo le risate, il vino, le ragazze che ascoltavano le sue storie. E lui che si compiaceva, con sommessa simpatia. E sì, già allora Jim di strada ne aveva fatta: aveva superato i 40 e praticamente si manteneva solo con le varie sponsorizzazioni che aveva ottenuto da fondazioni o musei d’oltreoceano, e aveva già pubblicato due o tre libri con progetti importati. Così, al contrario di altri fotografi che dovevano intrappolare la loro sensibilità creativa all’interno delle regole del mondo del business professionale per il 99% del loro tempo, Jim poteva già allora esprimersi e basta. Poteva far correre i pensieri e le visioni. Poteva portare il suo intimo contributo alla documentary photography domestica, ormai surclassata dal bombardamento mediatico dei Nachtwey da guerra. E lo faceva con animo umile e curioso, con atteggiamento di condivisione, come fu condivisione anche il momento in cui accese il proiettore e mostrò alcuni suoi scatti, molti dei quali ora potete vedere sul sito della Magnum Photos.
Già, il bravo Jim Goldberg, l’artista reporter del disagio privato e sociale nell’america patinata della New Economy, è diventato membro ufficiale della scuderia Magnum da pochi mesi. Complimenti Jim: tu non lo sai, ma Dopo che abbiamo sfogliato assieme il tuo splendido Raised by Wolves, lo ordinai. Su internet, ovviamente.
 
Dopo l'eccellente "Amores perros", girato e prodotto nel suo Messico, anche nel successivo "21 grammi" (primo film hollywoodiano di Iñárritu) è un terribile incidente stradale ad incrociare il destino di due uomini e una donna che non si conoscono, ma che finiranno tutti schiacciati dall'enormità delle proprie colpe.
La temporalità è di nuovo magistralmente sfalsata e la fotografia ruvida e coinvolgente, ma questa volta sono tanti, troppi gli argomenti trattati (senso di colpa, dolore, lutti, droghe, trapianti, fede, peccato e redenzione, vendetta, educazione, destino) senza la minima possibilità di approffondimento.
Dalle recensioni del sito Gli Spietati estraggo:
Avanti e indietro nel tempo, la frammentazione dei fatti per non dare allo spettatore tutte le coordinate per orizzontarsi subito in un dramma che dice che la vita, puntando dritto alla morte, incrocia il dolore; Dopo l'esalazione dell'ultimo respiro l'uomo perde 21 grammi: il peso dell'anima? Inàrritu usa immagini sgranate, handycam, un montaggio studiatissimo e un certo mestiere per buttarsi addosso a tre personaggi addolorati di diverso dolore, pompa ogni singola linea narrativa fino allo spasimo, fino all'eccesso, fino alla noia. Non convince l'esasperazione tramica, il rigiramento ipertragico di una sceneggiatura che coglie tutte le occasioni per gonfiarsi di lacrime, per arrossire occhi, per adornarsi di lamenti e recriminazioni. 21 GRAMS - migliore la prima parte - è troppo lungo, troppo pensato, di ispirazione posticcia: ...leggi il seguito su Spietati.it
[Visto con Cecco, Fabbri, Paolino, Simona, Vero, Zago]
 
Spot Fiat 500Nato da un concorso aperto al pubblico con l'ambizioso improbabile fine di identificare un nuovo talento creativo, il tanto criticato "500 wants your adv", il format della campagna per la nuova Fiat 500 nasce già datato, e il relativo spot televisivo non è da meno: in più è stato realizzato in modo piuttosto imbarazzante, almeno nello scritpt. Guardatevi i 30 secondi che seguono:


Come si legge su SpotAnatomy,

è probabile che Dopo una prima programmazione, si sceglierà di continuare con commercials più orientati al prodotto.

 

Per ora, comunque, il risalto mediatico di cui ha goduto questa vettura ha permesso all'azienda di utilizzare uno spot nel quale l'auto non appare praticamente mai.

Per il testo integrale dello spot, ed il comunicato stampa potete fare un salto qui.

 
PHOTO STEVEN MEISEL PER DOLCE&GABBANADopo quanto successo in Regno Unito, questa volta è la progressista Spagna dell'era Zapatero a porre il veto sulle "artistiche" campagne pubblicitarie di Domenico il Dolce e Stefano il Gabbana:
(ANSA) - MADRID, 23 FEB - Dolce & Gabbana ha ritirato una pubblicità definita espressione di violenza 'machista'. Ha comunque insistito che si tratta di 'arte' e che si continuerà ad utilizzarla nel mondo. La pubblicità è una foto di una donna costretta a terra da un uomo, mentre altri quattro osservano la scena. Le critiche sono dell'Istituto della donna e del governo catalano. I due creatori si sono chiesti: "Cosa ha a che vedere una foto artistica con un fatto reale?".
Ancora una volta è Steven Meisel il fotografo autore degli scatti incriminati, ed ancora una volta i suoi algidi scenari di violenza sintetica poco si confanno ai miei gusti, ma sanno tanto di "metro-sexy" in questa seconda metà di decennio.

PHOTO STEVEN KLEIN PER DOLCE&GABBANA

Per tutta risposta alla censura iberica, i 2 stilisti stanno proprio in questo istante inaugurando alla Galleria Cardi di Milano un'esposizione, intitolata "Secret Ceremony", composta da dodici cupe immagini di chiara ispirazione pasoliniana scattate da Steven Klein nella loro villa di Portofino: non sono inediti ma l'insieme del lavoro ben racconta come sono evolute le loro modalità di espressione e rappresentazione: "Sono immagini che esplorano la delicata frontiera fra la moralità e l'immoralità, due dimensioni parallele che coesistono e che dividono il mondo" (tradotto dal sito spagnolo diarioadn.com).
Questa è la galleria fotografica pubblicata oggi su Repubblica.it: sarà questo, Dopo yuppismo, benettonismo e chanelismo, il nuovo trend nell'immagine pubblicitaria di moda? Oppure, nuovamente, l'accoppiata D&G (con Meisel oppure Klein non fa tanta differenza) fa furbescamente leva sui taboo del lato benpensante della società sperando di non mancare mai troppo dalle prime pagine, anche se a suon di lanci di agenzia?

UPDATE 2 Marzo 2007: La fotografia incriminata dalla censura spagnola ai miei occhi è così glam che non risulta violenta. Peccato che non sopporto più lo sdolcinato stile delle immagini di Steven Meisel… ed è solo per questo che questo manifesto mi fa schifo ; - )
Non sono uno psicologo e non so cosa possa ispirare un’immagine del genere nel general public…
 
E' vero, Dopo Cristicchi questa è proprio la conferma della ruffiana deriva pseudo-social nella musica pop italiana e non solo. Da Mello leggo addirittura che Fabrizio Moro non sembra neppure una cima, ma, malgrado tutto, anche a me piace “Pensa”. Ecco il buon video di Marco Risi e, a seguire, il testo
Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile
Insostituibili perché hanno denunciato
il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato
Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra
di faide e di famiglie sparse come tante biglie
su un'isola di sangue che fra tante meraviglie
fra limoni e fra conchiglie... massacra figli e figlie
di una generazione costretta a non guardare
a parlare a bassa voce a spegnere la luce
a commententare in pace ogni pallottola nell'aria
ogni cadavere in un fosso
Ci sono stati uomini che passo Dopo passo
hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
con dedizione contro un'istituzione organizzata
cosa nostra... cosa vostra... cos'è vostro?
è nostra... la libertà di dire
che gli occhi sono fatti per guardare
La bocca per parlare le orecchie ascoltano...
Non solo musica non solo musica
La testa si gira e aggiusta la mira ragiona
A volte condanna a volte perdona
Semplicemente
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che sono morti giovani
Ma consapevoli che le loro idee
Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole
Intatte e reali come piccoli miracoli
Idee di uguaglianza idee di educazione
Contro ogni uomo che eserciti oppressione
Contro ogni suo simile contro chi è più debole
Contro chi sotterra la coscienza nel cemento
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che hanno continuato
Nonostante intorno fosse tutto bruciato
Perché in fondo questa vita non ha significato
Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato
Gli uomini passano e passa una canzone
Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione
Che la giustizia no... non è solo un'illusione
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Pensa.

Fabrizio Moro - Pensa
 
di davide del 10/02/2007 in Cinema,  1348 link
Superato il dogmatismo integralista degli anni 90, il cinema tipicamente danese del nuovo bellissimo “Dopo il matrimonio” di Susanne Bier, alla fine mi ha fatto letteralmente piangere. Non poco, anzi, a dirotto. Per almeno 20 minuti.


Beh, era almeno da settembre, dal primo ascolto di “0” di Damien Rice, che non piangevo tanto ; - )
 
La Gapminder di Hans Rosling ha sviluppato un innovativo software per visualizzare dati statistici con video animazioni: è in grado di rappresentare dati multidimensionali mediante accattivanti rappresentazioni animate che vanno oltre le tradizionali tecnologie di OLAP e reporting attualmente diffuse sul mercato. Hans in questo intervento alla TED Conference dimostra una bravura narrativa degna dell'Adriano De Zan dei tempi d'oro come ci fa notare Luca De Biase:

Il prof. svedese ha portato i suoi concept in giro per il mondo con comunicazione tanto efficace che è del 18 marzo la notizia che Google compra Gapminder.

Da venturebeat leggo:
Google buys Gapminder, a graphical display company
By Matt Marshall 03.19.07 7:58 AM

Google has acquired Swedish non-profit company Gapminder that produces visually attractive graphics to display facts, figures, and statistics in presentations.
See the site's new home page for an example of what it does, which includes moving graphics and other effects. Hans Rosling, a scientist who led the company, gives an entertaining presentation of the company's offerings at TED. He explains how important public data from UN, government institutions and universities has been hidden in the basement of databases, but that it not been available on the Web in a search format, and that is what Gapminder, as a non-profit had been trying to pursue. The TED audience was clearly moved, and we can only assume some Googlers in the audience likely recommended the purchase. Notably, only software and the Web site were sold to Google, and Rosling apparently didn't get a dime.
Swivel, you'll recall is another San Francisco start-up that lets users play with statistics, and encourages the use of graphics. The company launched last year, after working on its technology for a year. Depending on what Google does with this, Swivel may be forced to focus on its paid version, for sale to companies that want to keep their data private.

Da hebig invece leggo:
Hans Rosling selling Gapminder to Google
posted on 19. March 2007 at 08:47 PM

Venture Beat has the story: Google buys Gapminder.
This is cool. Gapminder was founded by the very smart and entertaining Hans Rosling who has delivered outstanding presentations at several high-level conferences including TED and WEF. Loic also invited Rosling to speak at the LeWeb3 conference in Paris where I was so fortunate to see him present live. At the recent TED07 he even swallowed a sword on stage; I guess that impressed the Google founders who were also present at the conference. Note that Rosling didn't cash in with this transaction as Gapminder (the software) is developed by a non-profit foundation. More details on the story here.

Io non so se essere contento o meno della notizia della cessione. Di certo sono contento per il fatto che forse fra pochi mesi/anni avremo un servizio "gratuito" e facilitato di analisi visuale dei dati multidimensionali.
Ma se, Dopo quella dei GIS, anche la nicchia della Business Intelligence, forse una delle poche ancora galoppanti nell'asfittico panorama dell'IT, venisse banalizzata ed in parte fagocitata da Google? E' ormai storia che con il servizio "maps" prima, ed "earth" poi, realizzati a suon di analoghe annessioni, Google ha messo a disposizione di tutti gli utenti e gli sviluppatori web un'insieme di servizi cartografici molto limitato che ha puntato sulla gradevolezza dell'interazione utente e su ruffiane foto aeree per sfondare in un mondo molto più attento all'apparenza che alla reale qualità dei servizi. Infatti, pur riconoscendo l'innovatività della semplice ed usabile interfaccia utente realizzata per GoogleMaps, e l'efficienza della consolidata architettura a server distribuiti tipica delle soluzioni made in Google, la qualità e accuratezza delle cartografie servite non arriva alla sufficienza per molti utilizzi che vanno al di là del trovare la pizzeria da asporto più vicina a casa. Malgrado ciò, grazie all'innovativo marketing di Google, GoogleMaps e GoogleEarth sono il nuovo punto di riferimento nell'area delle applicazioni GIS. Succederà così anche per le tecnologie acquisite da Gapminder?

La mia morale sulla Google-mania pervasiva è:
- Pro: vulgarizzare servizi vuol dire diffondere democraticamente conoscenza in modo gratuito, o quasi.
- Contro: banalizzare tecnologie a volte causa l'impoverirne l'accuratezza informativa.
- Devastante: fornire tutto ciò nominalmente "gratis" (in realtà secondo un modello di business alternativo) significa rivoltare il mercato come un calzino.

Infatti, offrendo "gratis", pur con qualità inferiori, servizi che altrimenti hanno una complicazione ed un costo non banali, succederà che: da una parte gli operatori del settore (come la Swivel citata da Matt Marshall, ma anche molti altri specializzati in soluzioni di alto profilo anche se più glocal) dovranno fornire un valore aggiunto ancora maggiore per differenziarsi da un prodotto di base molto accattivante disponibile gratis, dall'altra i prezzi scenderanno e i margini (esigui) si ridurranno ulteriormente, e, infine, qualche altro operatore dell'IT chiuderà i battenti. La legge del libero mercato, si dirà. E, col liberismo, la democratica diffusione della conoscenza per tuttri coincide paradossalmente proprio con il declino della pluralità tecnologica e l'affermazione dei giganti dell'industria informatica? Fra Google e Microsoft, IBM e Oracle, Sun e SAP... proprio non saprei quale fra i "monopolisti" mi sta più antipatico... Ah, dimenticavo Apple, il monopolista dei lettori mp3 ; - )
Sarà un bene? Chissà... intanto sembra proprio che l'informatica sia sulla stessa strada che fu dell'automotive un secolo fa: dai tempi pionieristici in cui qualsiasi mente lucida (o qualsiasi officina famigliare) poteva contribuire al progresso producendo qualcosa di innovativo e di pregevole, ai tempi in cui sono rimasti solo 7 grandi nomi che, d'accordo con 7 sorelle, detengono il monopolio globale del know-how e soprattutto delle risorse per sostenere la ricerca e sviluppo ai soli propri fini. Ai restanti solo piccole cose, e alle microimprese solo servizi di manutenzione programmata... in franchising, ovviamente.
Per fortuna che oggi, grazie alla relativa economicità del mondo digitale rispetto a quello dell'industria pesante, abbiamo l'opzione offerta dalle tecnologie Open. Basterà?
 
Una fotografia di Roger Ballen non è qualcosa che si guarda e si dimentica in fretta: possiede contemporaneamente una intensa bellezza formale ed una forza espressiva non comune, che affascina e colpisce diritto allo stomaco.
La recente intervista commissionata da American PHOTO a Jörg Colberg, pubblicata anche sul suo blog Conscientious, mi ha riportato alla mente il mio personale e folgorante incontro con l’immaginifico mondo visuale di Roger Ballen, con Outland, esposizione alla GAM di Bologna del 2002.

Nato a New York nel 1950, Roger Ballen studia geologia all’università di Berkley e si laurea in Economia Mineraria presso l’università del Colorado. Dopo la laurea si stabilisce in Sud Africa dal 1984, dove lavora per una compagnia mineraria. Da questa esperienza professionale il primo importante progetto artistico, Chambers, che porta la documentary photography direttamente verso l’arte.


PHOTO ROGER BALLEN
La forza espressiva delle sue immagini è spesso introdotta dallo sguardo fermo e diretto dei suoi soggetti, che ci guardano, ci colpiscono, ci straniscono. Ballen ha preferito vedere il Sud Africa dal punto di vista della gente bianca povera che vive hai margini della società, in ambienti squallidi, sporchi e fatiscenti ma con la volontà di rendere a volte gioiosa una situazione disperata attraverso una sorta di humour e riuscendo perfettamente ad interagire ed ad entrare in empatia con i suoi soggetti, creando un punto di contatto tra il loro mondo e il suo inconscio. A livello formale, invece, nella sua opera esiste un’organicità, un equilibrio dove le singole parti interagiscono tra loro, ottenendo, così, immagini pulite, formalmente e visivamente chiare e semplici. Il filo conduttore delle opere di Ballen sta proprio qui, nella dicotomia tra la pura forma e il suo interno, saturo di difetti, fatto di gente con caratteristiche inusuali, deformi, persone logorate dal tempo e dal degrado, mostri che vivono in ambienti miseri, sterili, infelici e abbandonati. La sua opera si allontana dall’ipotesi di una semplice denuncia sociale e va ben oltre l’intento documentaristico: ogni immagine è introspezione, in grado di rivelare la natura più intima dell’artista; quel che emerge dalle sue fotografie sono "autoritratti".

Roger Ballen Photography

Clicca qui per accedere ad una galleria di immagini di Roger Ballen su popphoto.com
 
Vertigo
Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web
6 Maggio - 4 novembre 2007
a cura di Germano Celant con Gianfranco Maraniello
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna - Via Don Minzoni 14
Opening 5 maggio 2007


Sabato prossimo inaugura con questa esposizione che promette forse troppo l'attesissimo MAMbo (Museo di Arte Moderna), successore Dopo 32 anni di servizio della GAM (Galleria di Arte Moderna) di Bologna, destinata invece a chiudere i battenti in quanto tale, mentre l'edificio di Leone Pancaldi sarà riciclato non so come dalla proprietà (l'Ente fiera di Bologna, ancora presieduto da Luca Cordero di Montezemolo).
Alle 19, solo su invito purtroppo, l'inaugurazione. Poi cena di gala per i VIP, oppure festa danzereccia per gli altri.
La prossima settimana vi faccio sapere cosa è successo davvero. Il resto lo potete leggere dai comunicati stampa o sui media tradizionali ; - ).

 
Suda el Jamon - Pubblicità NikeUn'altra antipatica multinazionale, Dopo la Dove di cui avevo già scritto, utilizza ruffianamente la tematica della bellezza del corpo, della sua percezione, e di come ottenerla in modo non cruento, non violento contro noi stessi, ma armonico e sostenibile. Lo spot "educativo" della Nike, "carina" l'idea e simpatica la canzone, ma filmograficamente davvero bruttino, incita allo sport aerobico in vece del bisturi. La ruffianeria di queste campagne con tematiche "sociali" risiede nel fatto che è impossibile dissentire, anche se, come il sottoscritto, si preferisce abbigliamento sportivo di altre (o, fosse possibile!) di nessuna particolare marca.
La nuova campagna della Nike lanciata nei Paesi latino americani sembra essere in controtendenza con quanto accade da noi, come scrive spotanatomy, ma più che da noi è proprio nei paesi latino americani emergenti che le giovanissime si sottopongono a inumane torture fisiche, diete mortificanti e "vagonate" di chirurgia estetica, molto più economica e quindi anche diffusa e pericolosa, a quelle che alle nostre latitudini.
Da vedere, anche se questa versione è davvero troppo lunga, sia come prodotto viral per il web, che come spot.
 
5 minutes in my shoes - manifesto"5 minutes in my shoes - Piccole storie di rifugiati" è una mostra di Elena Marioni composta da 60 fotografie in bianco e nero, suddivise in sezioni che documentano l'arrivo dei richiedenti asilo in Italia e le loro prime attività. Il Comune di Bologna ospita l'esposizione, allestita nel cortine di Palazzo d'Accursio, nell'ambito del fuori programma del Festival Human Rights Nights organizzato dalla Cineteca di Bologna. La mostra è visitabile dal 14 aprile al 1° maggio, tutti i giorni dalle 8 alle 19.
Le immagini di Elena Marioni sono un reportage realizzato in diretto stile fotogiornalistico. Il suo bianco e nero, però, risulta davvero efficace solo a tratti, mentre in alcune sezioni le immagini sono prive della forza necessaria a comunicare il lato emotivo dell'essere un rifugiato appena sbarcato in un paese straniero. Come spesso accade nei progetti con una forte necessità educational, l'editing della mostra ha privilegiato l'aspetto documentativo sopra quello espressivo o artistico della selezione.


Vale comunque la pena dare un'occhiata alla mostra, malgrado l'illuminazione decisamente imperfetta dovuta alla luce naturale del cortile di Palazzo d'Accursio che mal si distribuisce fra le pannellature. In particolare sono da notare alcune immagini con i gesti della identificazione Dopo lo sbarco, e alcuni particolari delle stanze dei rifugiati.


Se si fossero eliminate dalla selezione per la mostra circa 20/25 immagini si sarebbe forse perso parte del valore documentativo, ma si sarebbe guadagnato enormemente in impatto emotivo dell'esposizione, ed in espressività. Dal mio punto di vista è un piccolo peccato.
 
di davide del 25/04/2007 in Blogging,  3939 link
164 BPMNon sto parlando del cuore emotivo, che, Dopo il brutto "infarto" di un paio di anni fa, si è già perfettamente ripreso, anche di dimensioni minori di un tempo.
Parlo proprio del mio cuore biologico: ora batte più lentamente, con calma serafica, e potente. Posso correre per ore, posso respirare a pieni polmoni, posso riprendere a vivere a 60 o a 160 battiti per minuto ed anche oltre. Quando serve. Solo se ne vale la pena.
Come disse Lester in American Beauty, Dopo essere riuscito a cambiare la sua vita, ma pochi attimi prima di morire ammazzato dalla cieca furia del suo vicino di casa: "Sto da dio - lunga pausa - sto da dio".


PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
I had always heard that your entire life flashes before your eyes the second before you die. Only that one second, isn't a second at all, it seems to stretch out forever like an ocean of time. For me it was lying on my back at boy scout camp, watching falling stars. And the maple trees that line our street. Or my grandmother's hands, and how her skin seemed like paper. And the first time I saw my cousin Tony's brand new Firebird. And Janey. And my last thought was of Carolyn. I guess I could be pretty pissed off about what happened to me, but it's hard to be angry when there's so much beauty in the world. Sometimes, I feel like I'm seeing it all at once, and I can't take it. My heart swells up like a balloon that's about to burst. But then I remember to relax, and stop trying to hold onto it. And then, it flows through me like rain and I feel nothing but gratitude for every single moment of my stupid little life. You have no idea what I'm talking about, I'm sure. But don't worry. You will someday.

(Lester Burnham, American Beauty.)
 
di davide del 10/10/1910 in Test dBlog (àéèìòù),  1679 link
Questo articolo serve unicamente da test, Dopo che, inspiegabilmente, la risposta HTTP restituita dal server su cui è installato il dBlog di davidegaazzotti.com, è passata da essere codificata "ISO-8859-1" a "Unicode UTF-8":
àààààààààààààààààààààààààààààà
èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè
éééééééééééééééééééééééééééééé
ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù
ìììììììììììììììììììììììììììììì
òòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò
@#ç°§*^?&%$£

L'applicazione dBlog non imposta lato server alcuna codifica per le pagine web che genera dinamicamente in base al contenuto del DB Access, ma indica al browser client la codifica tramite il meta tag HTTP-EQUIV. Tale tag è fissato nel "modulo meta" a "ISO-8859-1" in modo da permettere l'uso dell'intero set di caratteri dell'europa occidentale: dagli accenti francesi e italiani, alla cediglia spagnola, al "beta" tedesco o alle strane "vocali" nordiche... senza necessità di indicarli tramite la codifica &#numero_codice; di cui esistono anche indicatori mnemonici, tipo à etc.
Per ovviare al cambiamento di codifica delle pagine web servite dal provider, la soluzione è stata modificare l'applicazione dBlog per rendere parametrica la tabella codici: (1) aggiungendo un parametro fra quelli generali del blog; (2) modificando il "modulo meta" e i tre script ASP per i feed RSS

In questo modo se il provider imposta di nuovo forzatamente e inaspettatamente una particolare codifica caratteri delle risposte, allora sarà possibile modificarla al volo.
 
di davide del 02/09/2007 in Blogging,  1835 link

Il mio cardiofrequenzimetroAvevo già parlato del mio nuovo cuore ingrandito, fisiologicamente almeno. Stamattina Dopo colazione il mio recente spirito serenamente ipocondriaco ha fatto si che mi controllassi da capo a piedi: quanto chili ho preso tutto il tempo che son stato via, la pressione, i battiti... il cuore... già il cuore...

Et voila, la sorpresa: 51/52 battiti al minuto a riposo! Solo fossi stato meglio indirizzato da bambino, che atleta che sarei potuto diventare... ; - )

Un cuore che rallenta, poi, non è affatto male, anche se mi mancano un po' le sferzate di adrenalina, il sangue alla testa, le emozioni, le arrabbiature... ma ora va bene così: ora è tutto davvero mediamente bello, che fortuna che ho. Magari anche la fortuna, un giorno, di farlo battere forte di nuovo questo cuore, magri anche a partire da oggi - alba di un nuovo giorno - come canta l'urlo malinconico di Matthew Bellamy in "Feeling good" dei Muse.

"Feeling Good"

Birds flying high you know how I feel
Sun in the sky you know how I feel
Reeds driftin' on by you know how I feel

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good

Fish in the sea you know how I feel
River running free you know how I feel
blossom in the trees you know how I feel

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good

Dragonfly out in the sun you know what I mean, don't you
know
Butterflies all havin' fun you know what I mean
Sleep in peace when day is done
And this old world is a new world
And a bold world
For me

Stars when you shine you know how I feel
Scent of the pine you know how I feel
Oh freedom is mine
And I know how I feel

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good

"Feeling good" dal CD "Origin of Symmetry" dei Muse (2001)

 
di davide del 30/06/2007 in Musica,  1544 link
Ormai è quasi l’alba e i ragazzi sono stanchi, molto. John, il capobanda, è a pezzi e contemporaneamente molto molto nervoso. E’ il loro primo album, tutto registrato in presa diretta dal vivo su di un nuovissimo quattro piste.
George dall’altra parte del vetro grida: “Dai, dai, ne serve un’altra, altrimenti non lo riempiamo! Su forza!”. John rialza la testa e con un filo di voce sibila “Non è possibile… ne abbiamo già fatte almeno dodici…“. E George: “Su, su, ragazzi, ne voglio un’altra!”. “Allora facciamo ‘Twist and Shout’” – decide John – “…ma vi prego portatemi del latte.”.
Così, con la voce spezzata da quindici ore di registrazioni in studio, Dopo mezz’ora di gargarismi di latte e mentine, la notte fra l'11 e il 12 febbraio 1963 nasce la più bella e tirata versione della semplice canzone di Phil Medley e Bert Russell già portata al successo l'anno precedente dagli Isley Brothers.

Well, shake it up, baby, now, (shake it up, baby)
Twist and shout. (twist and shout)
Cmon cmon, cmon, cmon, baby, now, (come on baby)
Come on and work it on out. (work it on out)

Well, work it on out, honey. (work it on out)
You know you look so good. (look so good)
You know you got me goin, now, (got me goin)
Just like I knew you would. (like I knew you would)

Well, shake it up, baby, now, (shake it up, baby)
Twist and shout. (twist and shout)
Cmon, cmon, cmon, cmon, baby, now, (come on baby)
Come on and work it on out. (work it on out)

You know you twist your little girl, (twist, little girl)
You know you twist so fine. (twist so fine)
Come on and twist a little closer, now, (twist a little closer)
And let me know that you're mine. (let me know youre mine)

Well, shake it up, baby, now, (shake it up, baby)
Twist and shout. (twist and shout)
Cmon, cmon, cmon, cmon, baby, now, (come on baby)
Come on and work it on out. (work it on out)

You know you twist your little girl, (twist, little girl)
You know you twist so fine. (twist so fine)
Come on and twist a little closer, now, (twist a little closer)
And let me know that you're mine. (let me know youre mine)

Well, shake it, shake it, shake it, baby, now. (shake it up baby)
Well, shake it, shake it, shake it, baby, now. (shake it up baby)
Well, shake it, shake it, shake it, baby, now. (shake it up baby)
Ahhhhhhhhhh(low) Ahhhhhhhhhh(higher) Ahhhhhhhhhh(higher) Ahhhhhhhhhhh(high)
 
Cristina DonàIl mio cardiofrequenzimetroPochi giorni fa è uscito l'ultimo bel disco di Cristina Donà, ma riascolto tuttora spesso i suoi primi folgoranti lavori ("Tregua" e "Nido") realizzati nel contesto creativo dei primi anni 90, in quel subbuglio del rock italiano che stava producendo la Mescal Records.
E domani è il suo quarantesimo compleanno: auguri Cristina : - )
Proprio ieri, come cantava Cristina in "Triathlon", ho registrato il mio battito minimo... mi devo preoccupare?

"Cristina Donà è la più grande cantautrice italiana e lo è suo malgrado. Perché, come accade a certi grandi artisti, se all'origine dell'espressione creativa non ci fosse un'esigenza profonda di verità su se stessi e sulla vita che si vive, la loro natura li avrebbe condotti ad altre occupazioni, forse più semplici e tranquillizzanti. E, invece, scrivere canzoni e cantare per Cristina Donà ha a che fare con un desiderio insopprimibile di vederci chiaro e di capire come debba essere vissuta questa vita che sembra scapparci da tutte le parti." - (Stas' Gawronski, critico letterario, dal sito di RaiLibro)
So che un braccio Dopo l’altro
porterò a destinazione
questo corpo calpestato
dalle tue rigide mancanze.
Ho attraversato giorni da diluvio universale,
ora so scivolare sull’acqua...è una questione orizzontale.
Scivolerò sui tuoi rimpianti
mai pianti con me.
Scivolerò, ma il tuo amore dov’ era?
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro non ceda.
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro mi segua.
La ruota davanti m’implora di non insistere con la pressione.
Il cuore sul manubrio
sembra pronto a decollare.
Hai trasformato pianure in salite devastanti,
ora tornerò a sognare coi miei occhi scintillanti.
Aumento la distanza, il vantaggio su di te
e non aspetto che qualcun altro provveda.
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro non ceda.
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro mi segua.
I piedi toccano terra, comincerà la resurrezione.
E’ l’ultima parte di fuga, vedo la polvere che si solleva.
Fuori da un passato confuso con dentro l’alibi di una visione,
continuerò la corsa, ma non sono più preda.
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro non ceda.
Tengo al minimo il battito,
controllo che il respiro mi segua

Cristina Donà - "Triathlon" da "Dove sei tu" - 2003

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera, il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa.
Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore: basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare.
E' tempo di imparare a guardare. E' tempo di ripulire il pensiero. E' tempo di dominare il fuoco. E' tempo di ascoltare davvero.
L'amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera. Il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa.
Tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore? Basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare.
E' tempo di imparare a guardare. E' tempo di ripulire il pensiero. E' tempo di dominare il fuoco. E' tempo di ascoltare davvero. E' tempo di imparare a cadere. E' tempo di rinunciare al veleno. E' tempo di dominare il fuoco. E' tempo di ascoltare davvero.
L'amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera.

Cristina Donà - "Settembre" da "La quinta stagione" - 2007
 
Money from PicturesPochi anni fa non esistevano o quasi agenzie fotografiche Royality Free. Ora dicono siano la maggior parte del mercato della fotografia "stock", ovvero da archivi dove trovare generiche immagini per editoriali, piccole borchure, siti web, etc., anche se, onor del vero, cifre certe è difficile elaborarne.

Tutto è nato anche perchè il prezzo delle immagini d'archivio, già reperibili on-line sui siti di tradizionali agenzie ad alta qualità, era davvero troppo elevato, quindi riservato ad impegnativi progetti di immagine coordinata e fuori dalla portata di micro imprese, progetti più piccoli (sono la maggioranza) o studenti di (web) publishing. I siti di Microstock photography sono la risposta a questi bisgoni: si affidano principalmente a fotoamatori che inviano e catalogano le loro immagini sul sito, ed offrono fotografie ad alta risoluzione addirittura a partire da 1 dollaro, normalmente dai 2 ai 10 dollari, e in più sono Royality Free, ovvero senza ulteriori Royalties da pagare a prescindere dal numero o dalla tipologia di utilizzi, commerciali e non, da parte dell'acquirente. Sono la risposta massificata alla richiesta generalizzata di enormi quantità di immagini sempre "nuove" con cui bombardare le masse.

L'avere come fonte di contenuti hobbysti desiderosi di sprecare tempo per incassi nel 99,9% dei casi marginali, e la meccanicità dei criteri di accetazione delle immagini, fa si che l'enorme mole di materiale catalogato su di un sito Microstock necessiti di una più accurata selezione da parte del committente per trovare l'immagine comunicativamente giusta e con qualità (non solo tecnica) giusta per il progetto in corso. L'enorme quantità di hobbysti, con a disposizione una fotocamera digitale ed una copia di Photoshop, desiderosi di esposizione, riconoscimento morale e condividisione dei risultati, ha fatto sì che le Microstock agencies strutturassero il proprio sito più come un social network che come il sito di un'agenzia fotografica on-line. Questa è stata la mossa vincente dei pochi nomi che ormai sono accapparrati il mercato.

La struttura di prezzo rivoluzionaria, inoltre, è riuscita a stravolgere questa nicchia di mercato nel giro di un paio d'anni: queste Microstock agencies stanno causando seria preoccupazione alle agenzie di stock photography tradizionali, e stanno già influenzando le loro strategie di mercato, dice questo articolo sul New York Times.

Dal punto di vista del diritto, Royality Free nulla c'entra con il Copyright o il Copyleft, o la sempre più diffusa licenza Creative Commons: il diritto di ripoduzione originario resta di proprietà teorica all'autore, e solo in alcuni casi può essere trasferito in esclusiva alla agenzia on-line, ma viene concesso in modo illimitato a chiunque acquisti a queste ridicole cifre le immagini.

Per provare personalmente questi servizi, anch'io mesi fa misi in vendita, sotto pesudonimo, qualche dozzina di scatti realizzati per caso, o qualche scarto da progetti di cui possiedo tutti i diritti, oppure ancora immagini che non avevano qualità sufficiente per essere accettate nei siti delle agenzie "macrostock". Da parte mia confermo i risultati economici insoddisfacenti, d'altra parte ad 1 o 2$ per immagine, per di più disperse in banche dati con uno o più milioni di foto tutte ugualmente mediocri, è difficile emergere e fare i grandi numeri necessari a giustificare il tempo impiegato per l'upload e la catalogazione delle immagini sul portale di stock photo. Chi ci è riuscito sono in pochi, i pochi pionieri un paio di anni fai di questo nuovo mercato fotografico, che avevano il tempo di inviare e catalogare centinaia immagini un pelo sopra la media in banche date da poche decine o centinaia di miliaia di foto, e che ora, per via dei meccanismi di misurazione di popolarità tipici delle social network si trovano un'esposizione molto maggiore del tipico nuovo arrivato.

La novità che ho scoperto oggi verificando il log delle vendite dell'ultima settimana è che anche i grandi nomi del marketing e dell'immagine coordinata hanno qaulcuno al loro interno che, magari per piccoli progetti o per comunicazione interna, evita i costosi siti ad alta qualità d'immagine di Alamy, Corbis e Getty, e si occupa di scaricare praticamente gratis dai vari Shutterstock o Fotolia, al solo maggior costo del maggior tempo necessario al tipicamente sottopagato addetto incaricato della selezione per trovare le immagini giuste e di ottima qualità. Nomi dal log delle mie vendite di questa settimana? Ecco: JWT, R&R Partners,......!!!!

Bene, questa è la conferma della morte ufficiale della Stock Photography come business.

Più in generale, Dopo l'affermazione dell'Open Source nella produzione del software e del Peer2Peer nella distribuzione audiovisiva, è la morte nel mondo digitale del modello di business basato sul prodotto (o sul detenere esclusiva un brevetto o un'opera creativa). Stiamo irreversibilmente diventando una società di servizi, alcuni condivisi, altri a pagamento, e il modello di business produttivo tradizionale rimarrà unicamente per i prodotti tangibili, di cui è reso necessario (o di cui è reso necesario) il possesso. La conoscenza, unico vero asset nel nuovo mondo digitale, essendo anch'essa condivisa, non da diritto a nessuna remunerazione. Speriam solo che restino in piedi abbastanza business tradizionali per permettera a noi servitori nella società dei servizi di pagar tutte le bollette a fine mese ; - )

 
Ricopio da bernyblog una notizia che contiene un appello importante:
Epicuro/MillelireÈ questa la richiesta di risarcimento simbolico a RCS per lo sfruttamento dell’idea Millelire, appena avanzata in una lettera aperta da Gianni Laterza a cui è possibile aderire. Lo scopo è quello di destinare una minima parte di ciò che il gruppo editoriale introita dai suoi Corti di Carta, in fase di lancio, a un fondo per la pubblicazione di testi di qualità. Risarcimento simbolico ma più che dovuto, visto che ora RCS riprende e si appropria (o almeno ci prova) di quella “ardita sperimentazione di un gruppo di pazzi scatenati e visionari guidati da Marcello Baraghini
Dal 1989 i Millelire di Stampa Alternativa sono divenuti una mitica collana ormai cult, con oltre mille titoli che “ancora trasudano attualità e vivacità e sono oggi oggetto di grande attenzione nel mercato del collezionismo.” Una trentina dei quali sono liberamente disponibili in formato elettronico su Libera Cultura. Senza dimenticare, prosegue Laterza, che “tante persone, senza distinzione di censo, hanno nutrito le proprie librerie di cultura preziosa. I libri Millelire sono diventati per anni il mezzo identificativo di intere generazioni.” E oggi, appena 18 anni Dopo la loro nascita, quelli del Corriere scoprono l’acqua calda e li propongono come fosse un’idea loro — forti del fatto che sono grossi e prepotenti. Un risarcimento simbolico è proprio il minimo che gli si possa chiedere.

Dello stesso argomento scrivono anche Marcello su Riaprire il fuoco e Antonella Beccaria sul suo blog.

 
PHOTO SARAH SAUDEKOrmai ha quasi quarant'anni la bella Sarah Saudek (o, come si dice, Sarah Saudkova). Nata nel 1967 in Repubblica Ceca, si è laureata all'Università di Economia di Praga. Ha prima condotto un programma TV e ne ha fatto da autrice, per poi diventare partner, modella e manager di Jan Saudek.

Jan e Sarah

Jan Saudek (classe 1935) è indubbiamente il primo grande fotografo moderno della Repubblica Ceca, ed è famoso per i suoi crudi nudi che focalizzano, con tecnica ruvida, un erotismo grottesco e intrigante, sia nella forma che nel contenuto. Wikipedia ci suggerisce di non confonderlo con il quasi omonimo Josef Sudek (1896-1976), che, francamente, non sapevo neanche chi fosse. Sarah invece oggi è descritta su www.saudek.com che Jan e Sarah condividono, come "il braccio destro" del fotografo Jan Saudek. Col lavoro di assistente, Jan Saudek la ha introdotta alla fotografia: "Il maestro Jan mi ha insegnato l'artigianato della fotografia, perchè non c'è scuola migliore...".
Sarah Saudek ha cominciato a realizzare le prime fotografie tutte sue nello studio di Jan nei tardi anni 90 (i primi lavori pubblicati sono datati 1998), ed ha successivamente dimostrato una certa abilità a sviluppare uno stile proprio, pur nell'esplorazione di territori simili a quelli del proprio mentore. C'è femminilità e una qualche tenerezza nel suo lavoro. Dopo un paio d'anni che fotografava, Jan affermò addirittura che le immagini di Sarah erano superiori alle sue. Potenza dell'amore? Può darsi. Di certo la raffinata ruvidità della visione e della tecnica del Maestro, qui addolcita, lascia posto ad una imperfezione tecnica meno piacevole.

The Kiss
Forse il più forte dei suoi lavori giovanili è 'The Kiss', 1999, che dimostra un deciso approccio grafico al soggetto, riprendendolo dal basso: una vista d'effetto di un semplice atto. Altra immagine significativa è 'The Tenderness' (2000), un'altra coppia, questa volta nudi, in ginocchio, ma ripresi dall'alto.

The Kiss - PHOTO SARAH SAUDEK
The Kiss, 1999 - PHOTO SARAH SAUDEK

The Tenderness - PHOTO SARAH SAUDEK
The Tenderness, 2000 - PHOTO SARAH SAUDEK

L'intimità
Ci sono immagini di Sarah che potebbero offendere qualcuno per via della presenza del nudo o anche di atti sessuali espliciti, ma di certo non si tratta di nulla di pornografico o di bassamente stimolante, anzi, piuttosto, l'immaginario di Sarah Saudeck tende a rappresentare il lato più divertente e commovente della sensualità. C'è una profonda intimità in molto del suo lavoro, un senso di essere parte di una famiglia che si ama, come in 'Holy Virgin', 2003, in cui Sarah impersona la Madonna, 'The 1st Step' e 'Vis & Vis'. In molte di queste immagini viene celebrata la vita.

Holy Virgin, 2003 - PHOTO SARAH SAUDEK
Holy Virgin, 2003 - PHOTO SARAH SAUDEK

Vis a vis, 2003 - PHOTO SARAH SAUDEK
Vis a vis, 2003 - PHOTO SARAH SAUDEK

Il centro del mondo
Il celebre quadro di Gustave Courbet 'L'Origine del Mondo', (che si trova al Musee d'Orsay di Parigi) all'epoca della realizzazione (1866) turbava gli osservatori semplicemente mostrando un torso di donna a gambe aperte. 'The Middle of the World' della Saudek, 2001, riprende da un punto di vista simile il pancione di una donna incinta, ma gioca sull'idea del mondo mostrando la pancia sotto forma di enorme globo. Difficilmente ci sarà qualcuno che si turba per queste cose oggigiorno, piuttosto c'è da farsi una simpatica risata.

The Middle of the World - PHOTO SARAH SAUDEK
The Middle of the World, 2001 - PHOTO SARAH SAUDEK

The Priest
Finita la scorpacciata maternalista decisamente autobiografica, le immagini della Saudek sono tornate a percorrere il terreno dell'irriverente denuncia della componente carnale dell'uomo. E non potreva mancare un'immagine sicuramente controversa come quella del prete omosessuale.

The Priest, 2005 - PHOTO SARAH SAUDEK
The Priest, 2005 - PHOTO SARAH SAUDEK

Per finire
La fotografia di Sarah risulta decisamente influenzata da quella di Jan Saudek, peccato manchi di quella forza espressiva e quella ricercata ruvidità tecnica che hanno reso famoso l'immaginario erotico del suo grande mentore. Manca quella sofferenza che trasuda da ogni poro della pelle del grande Jan Saudek.
Malgrado l'indubbia bravura, nella storia della fotografia la bella Sarah è stata per ora forse più importante come musa e come editor di Jan, che come fotografa; malgrado ciò è davvero piacevole una sosta ragionata almeno al sito internet.
 
di davide del 19/03/2007 in Notizie e Stili di vita,  1466 link
A muder next door - Photo Davide GazzottiCinque anni fa un commando delle Nuove BR, coordinato da Nadia Desdemona Lioce, commetteva un omicidio politico a sangue freddo. Un omicidio alla porta accanto. Marco Biagi, autore della bozza del testo di una contestatissima legge sul lavoro atipico che gli sarebbe stata intitolata nel 2003, malgrado la posizione politica e l'attaggiamento quantomeno discutibili, era solo un professore universitario che bazzigava le stanze del potere centrale, era un padre di famiglia, era un uomo.
Bologna, 19 Marzo 2002, ore 20:34

L'auto dei carabinieri mi si infilò nello specchietto retrovisore come un lampo nella notte. La mia vita scorre a pochi passi da lì ed ero quasi arrivato, Dopo una lunga giornata di lavoro, perso in inutili pensieri. Accostai come tutti nelle strette strade del centro di Bologna, e la vidi sparire urlando proprio nella mia stessa direzione. Pochi istanti Dopo avrei purtroppo capito il perchè.

Solo oggi, a dieci giorni di distanza, ho avuto la forza di girare l'angolo, e di raggiungere il suo portone di casa. Era la casa di un innocente che non conoscevo personalmente: si sa, nel caos delle nostre vite è difficile incrociarsi anche se si vive accanto o si insegna alla stessa università.

Un unico filo insanguinato unisce le lacrime delle nostre città invisibili, da New York a Gerusalemme. Un filo di odio che dobbiamo impegnarci a spezzare promuovendo cultura e tolleranza.

Quello era anche il mio angolo preferito di Bologna, il baricentro geografico ed emotivo di tutte le cose più belle della mia piccola vita. Per non piangere mi sono nascosto dietro un'inquadratura dell'ennesimo sogno violentato.

(da A Murder Next Door di Davide Gazzotti, 2002)
Da "A Murder Next Door" - PHOTO DAVIDE GAZZOTTI

Da "A Murder Next Door" - PHOTO DAVIDE GAZZOTTI

Da "A Murder Next Door" - PHOTO DAVIDE GAZZOTTI
 
Copyright Thaniel LeeImpossibile non rimanere colpiti da queste drammatiche immagini in banco e nero di un corpo umano e della sua sofferenza. Dopo aver notato come ultimamente certe tematiche sono cavalcate dalle multinazionali per continuare comunque a promuovere creme oppure abbigliamento sportivo come strumenti per abbellire i corpi, fingendo impegno contro la spettacolarizzazione della bellezza dei corpi e la chirurgia plastica, ecco come descrive il suo progetto Thaniel Lee: "In questo mondo di spettacolo e chirurgia plastica, di spettacoli sulla chirurgia plastica, di programmi tv che selezionano finte modelle, di irreali reality show, io cerco di mostrare un corpo che non può cambiare, un corpo che nessun complicato intervento chirurgico al mondo potrà mai trasformare in un super modello, un corpo che non viene mostrato sulle riviste più lette, o su MTV.[...]
Ho scelto di documentare questo corpo attraverso l’obiettivo della macchina fotografica: il corpo che ho scelto di raccontare è il mio. Sono nato con una patologia chiamata Artrogriposi: questa condizione mi lascia un uso limitato delle braccia, delle gambe e delle dita. Undici operazioni chirurgiche mi hanno procurato interessanti cicatrici e atrettante storie interessanti. Ho cominciato nel 2000 a documentare il mio corpo, e le innumerevoli diverse forme in esso contenute... Spero che il mio lavoro faccia in modo che la gente guardi al proprio corpo mettendo in discussione il concetto di bellezza che pervade la nostra cultura ossessionata dai corpi."



PHOTO THANIEL LEE



Ogni scatto di Thaniel Lee è una performance unica, dove le forme di un corpo esprimono contemporaneamente spudorata sofferenza e incredibile forza vitale.

[Trovato grazie, ancora una volta, ad un post sull'ottimo blog di Antonella Beccaria]
 
Trovato in rete, mi ha fatto sorridere...
«Vorrei solo rendere "giustizia" a una generazione, quella di noi nati agli inizi degli anni '80 (o qualche anno più o anno meno).
Quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni.
Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia '90. Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quantocredono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
Babbo Natale non sempre ci portava ci che chiedevamo, per ci nonostante quelli che sono venuti Dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.
Siamo l'ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.
Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute Dopo i 10 anni. E il bomber? Le All star? Le superga?Le clarks?
Andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stai gli ultimi a fare la Maturità in sessantesimi e ad iscriversi alle lauree quadriennali (quelle che valgono veramente) e a finirle in sei. Alcuni sono anche i pionieri del 3+2...
Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills ti piacquero per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon. Siamo una generazione che ha visto Maradona fare campagne contro la droga. Cresciuti col mito di Van Basten e che hanno visto San Siro cambiare per Italia'90.
Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co. e quelli per cui non gli costa niente licenziarci. Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico. Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; siamo state le più giovani vittime di Cernobyl.
Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che internet sarebbe stato un mondo libero. Abbiamo visto prima di chiunque altro il compact disc, detto anche cd room ora semplice cd. Gli ultimi ad aver usato e posseduto un mangianastri.
Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in. Siamo la generazione che and al cinema a vedere i film di Bud Kamen, e gli ultimi a usare dei gettoni del telefono. Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta.
Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di zucchero come resto. Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi giocare..."), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino, dei Puffi, i Volutrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con l'ascensore.
La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.
La generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno è la favorita...
L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni.
L'ultima generazione degli spinelli, delle canne...
Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi:
viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore. Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.
Non c'erano i cellulari. Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!!
Mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. Al limite uno era grasso e fine. Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi, dolby-surround, cellulari, computer e Internet, per ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non imbottigliata, che bevono anche i cani! E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo :P
Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò.
Congratulazioni a tutti coloro, che come me, hanno avuto la fortuna di crescere come bambini.»
Rendiamo giustizia ad una generazione
Alessandro Marcias
buncone@tiscali.it

 
PHOTO SPENCER TUNICK"Non è pornografico, non è volgare. E' creare nuove forme con i nostri corpi" Spencer Tunick

Ottenuto il Bachelor of Arts nel 1988, il newyorkese Spencer Tunick cominciò a fotografare nudi nelle vie di New York nel 1992, ed è molto conosciuto proprio per le sue fotografie che ritraggono folti gruppi di persone nude in contesti urbani o paesaggistici insoliti, non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutto il mondo.
Le sue non sono semplici fotografie in posa, ma complesse installazioni con le quale Tunick, loro regista, vuole celebrare la bellezza artistica della pura nudità, al di là della taglia o del colore della pelle, quando ci si è spogliati di abiti e di pudore, e magari ci si è sdraiati sull’asfalto della nostra città.

"Generalmente lavoro alle prime ore dell'alba perché le persone sono più distese, meno violente, e poi non amo la luce piena del giorno, preferisco colori come il blu inchiostro o il grigio. Per le mie foto non capita mai che selezioni le persone in base a criteri di bellezza fisica, ritraggo solo chi me lo chiede espressamente"
E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. Nelle sue foto centinaia di corpi nudi, si costituiscono come parte del paesaggio. I nudi di Spencer Tunick non hanno niente a che fare con le rivendicazioni di ideali comunitari d'amore libero su modello Woodstockiano: la sua finalità è quella di restituire al corpo umano, nella sua imperfezione, la sua inalienabile dignità.

Le immagini scattate da Spencer Tunick raccontano di centinaia di centinaia di corpi che denudati perdono le loro differenze. Simmetrico, patinato, perfetto, è questo il corpo che la gran parte dei media c'impongono. Su questo stereotipo culturale riflette il lavoro di Tunick, immagini dove i corpi perdono, le loro caratteristiche corporali per acquisire quelle di forme astratte in un paesaggio metropolitano. Ma c’è anche qualcosa di più. Le sue foto descrivono paesaggi epici, antichissimi o forse di un futuro in cui sarà accaduto qualcosa di bellissimo o di terribile, ma comunque irreparabile. Da cui non si torna indietro.

Nel suo sito Tunick raccoglie le immagini archiviandole come "temporary site-related installations" e non si dilunga sulla "filosofia" che guida le sue composizioni: in poche righe riassume il suo punto di vista mentre, al contrario, racconta più dettagliatamente la battaglia legale affrontata per far valere il proprio diritto di esprimersi in base al primo emendamento della costituzione americana. Dopo anni di attività ha proseliti in tutto il mondo, ma ancora nessuno è riuscito a oscurare la sua fama e il formidabile attivismo. In cambio, il suoi modellli non chiedono assolutamente nulla: sono "volontari" chiamati attraverso la rete o con un passaparola in grado di solcare gli oceani pronti a posare in quel determinato luogo e a quell'ora, naturalmente senza nemmeno un braccialetto. Diventare "tunickomani" è facilissimo: è sufficiente indicare i propri dati nel form "sign to pose" ("firma per posare") e indicare la tonalità di colore della propria pelle. Quindi inviare. Spencer non richiede la "bella presenza", ma l'adesione al suo progetto che oggi si chiama "Naked World".

(NicoleDiver su thepillowbook)


PHOTO SPENCER TUNICK

PHOTO SPENCER TUNICK

PHOTO SPENCER TUNICK

Vai alla fotogallery. Clicca qui! Esilarante, ironica, audace o impudente e triviale?
Una nuova frontiera dell’arte figurativa o un’offesa al pubblico decoro?
Oppure semplicemente un'altra storia di ordinaria follia?
Non solo ai posteri l’ardua sentenza, se consideriamo che Spencer Tunick alla fine è uscito vincitore da tutte le battaglie legali e che le sue fotografie si sono guadagnate un posto in prima fila nei musei d’arte contemporanea. Nudi e crudi, come mamma ci ha fatto. Di tutte le taglie, di ogni colore. E' così che ci vuole Spencer Tunick, spogliati di abiti e di pudore magari sdraiati sull’asfalto delle nostre città. Ma il fine è nobile e sublime: la celebrazione della "bellezza artistica della pura nudità”.
Vai alla fotogallery. Clicca qui! Una proposta troppo indecente? Dipende.
Certamente sì per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, che fece arrestare Tunick nel 1999 per aver fatto distendere 50 corpi nudi a Times Square. Assolutamente no per il governo del Canada che lo ha invitato come ospite d’onore, o in Russia dove lo stesso direttore di un grande museo ha posato senza veli, o in Australia e Spagna con le adesioni trionfali di 4500 e 7000 volontari con i glutei gioiosamente al vento.
Vai alla fotogallery. Clicca qui! E' dal 1994 che Tunick realizza scene di nudo di massa e ritratti.
E’ stato in tutti e sette i continenti, reclutando migliaia di volontari in oltre 50 città del mondo, da Montreal a San Pietroburgo, da Santiago del Cile a Parigi, da Barcellona a Basilea, da Buenos Aires a Londra, da New York a Roma.
Definisce le sue opere artistiche “installazioni di nudo su larga scala”, una forma surreale di collage umano dove i tasselli sono i corpi spogliati e utilizzati come elementi di nuove forme.
E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. A Roma in Piazza Navona, a New York in Times Square e Central Park, in Nevada nel deserto.
E ogni volta puntualmente fornisce materiale di disquisizione non solo a studiosi d’arte ma anche a psicologi sociali e ad ospiti di talk show. Vi è per caso venuta la voglia di partecipare al prossimo happening di nudo su larga scala? Potrebbe essere il vostro momento di gloria. Il modulo d’iscrizione è on line.

(ilaria besana su alice.it)


Spencer Tunick Performance in Times Square



Spencer Tunick in Lyon (F) - audio in French


Proprio in questo week-end Spencer Tunick sta realizzando un'altra delle sue installazioni a Città del Messico. Sarà un altro record di presenze?

UPDATE 6 maggio 2007: Leggo su Repubblica.it che nella piazza principale di Città del Messico l'ultima installazione di Spencer Tunick ha superato il record precedente stabilito a Barcellona. Ecco alcune foto  dell'evento che ha raccolto circa ventimila persone, così come sono state rimbalzate dalle agenzie di stampa:








 
Il Miracolo di Edoardo WinspeareDavvero splendide le luci, le inquadrature e le sfocature della Taranto e dei personaggi di questa tenera storia di provincia nelle riprese del bravo Paolo Carnera sotto la direzione di Edoardo Winspeare.
"Il miracolo" (2003), il terzo film di Edoardo Winspeare, è stato presentato nella Sezione principale della 60° Mostra del Cinema di Venezia. Dopo il notevole successo di critica del suo film precedente ("Sangue vivo" del 2000)...
...quello del regista nato a Klagenfurt, ma che da sempre vive nel Salento, era sicuramente uno dei film più attesi. Winspeare conferma le sue doti di regista di talento e di profondo conoscitore della terra in cui vive e dalla quale trae ispirazioni e sentimento. Sensazioni tradotte con capacità nelle aeree visioni di insieme dei paesaggi e dei personaggi che si fondono in attraenti panorami. Sensazioni espresse nel gusto del dettaglio o nelle morbide carrellate che aprono scenari e si allargano fino a scoppiare in grandangoli chiarissimi e luminosissimi, così atipici nel cinema di casa nostra. Il tutto per riprendere una tipica città del nostro Meridione. Una città tanto sensuale nel suo cuore pulsante quanto brutale ai suoi confini epidermici, periferie di metano ed acciaio dove fumeggiano ostili le ciminiere. Stiamo parlando di Taranto, dove Winspeare ambienta la sua storia. Una storia, in verità, piccola piccola, che racconta di un miracolo che solo in alcuni luoghi del mondo può accadere.

Daniele Sisti su FilmUp
Bambini sempre piu' saggi e adulti sempre piu' fragili in una Taranto insolita, valorizzata dalla suggestiva fotografia di Paolo Carnera. Edoardo Winspeare, anglo-tedesco di origini ma salentino di adozione, racconta, al ritmo di una pizzica contaminata da sonorita' orientali, l'incontro di due solitudini: Tonio, un bambino che Dopo un incidente sente di avere acquisito il dono di guarire chi sta male e Cinzia, la problematica ragazza che lo ha investito con l'automobile. Il regista adotta uno stile asciutto, non si perde in fronzoli, evita facili leziosita' e costruisce personaggi in cui e' facile credere. Ad alcuni momenti riusciti (il rapporto tra il giovane protagonista e il suo buffo compagno di scuola, la caratterizzazione dei genitori) se ne alternano altri meno efficaci (il determinante primo incontro tra Tonio e Cinzia, che finisce per suonare un po' falso, la critica scontata alla televisione spazzatura) e Dopo una prima parte compatta e coinvolgente il film sembra incartarsi, fino a un finale che non convince.

Luca Baroncini su CentralDoCinema
[Visto ieri con Alessia, Angela, Cecco, Francesca, Paolino...]
 
E' importante renderlo desiderabile. Non ci sono riusciti con Michael Schumacher perchè non era abbastanza attraente (per le femminuccie) ed espansivo (per i maschietti). Non ci sono riusciti con Lapo Elkann perchè nel suo caso i guai personali hanno tragicamente avuto il sopravvento. Ma questa volta, almeno a giudicare dalla "sexy" copertina di Style, supplemento del Corriere della Sera di oggi, potrebbero davvero farcela a trasformalo in un personaggio glamour.
In copertina troviamo un aitante Kimi Raikkonnen, nuova prima guida, e quindi frontman, della squadra Ferrari Formula One, belloccio, truccato e vestito di tutto punto. All'interno l'immancabile articolo celebrativo, rafforzato dalla prima vittoria ottenuta con la squadra del cavallino con un po' di fortuna (il suo più veloce compagno di squadra aveva avuto un guasto fatale nelle prove di qualificazione) nella gara di apertura del campionato.
E' importante per l'immagine del Gruppo Fiat che almeno lui risulti in fondo desiderabile, sia dagli uomini, che così si fidelizzano al brand Ferrari, comprando gadgets e grandi Punto da famiglia, che alle loro mogli, che meglio supporteranno tali diseconomie famigliari. Ebbravi ai nuovi marketer del Dopo Lapo ; - )...
 
di davide del 07/05/2007 in Notizie e Stili di vita,  1452 link
DODI

Questa mattina all’alba, è morto il compagno Domenico Maracino, che tutti conosciamo come DODI. Esprimiamo il nostro dolore e la nostra vicinanza ai familiari e agli amici, al Circolo Iqbal Masih, alla Lista Reno e ai compagni tutti

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi. Ci sono altri che lottano un anno e sono più bravi. Ci sono quelli che lottano molti anni e sono ancora più bravi.Però ci sono quelli che lottano tutta la vita, essi sono gli imprescindibili” (B. Brecht)

Questa mattina all’alba, è morto il compagno Domenico Maracino, che tutti conosciamo come DODI.

La sua lunga malattia non ci ha preparato, nè può ora consolarci della sua scomparsa: Esprimiamo il nostro dolore e la nostra vicinanza ai familiari e agli amici, al Circolo Iqbal Masih, alla Lista Reno e ai compagni tutti.

Una vita, la sua, dal coraggio, dalla coerenza, dalla determinazione unica, nelle lotte, nelle discussioni, nella sua straripante umanità.

Tra i suoi tanti impegni ci fa piacere ricordarlo come fondatore dell’associazione inquilini e assegnatari della RdB/CUB di Bologna.

Ci mancherai perché con te “ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati” (B. Brecht).

Il funerale si terrà mercoledì 9 maggio.
Alle ore 13,30 Dodi sarà accompagnato al circolo Iqbal Masih in Via della Barca 24/3.
Da lì alle ore 14 ci muoveremo per accompagnarlo fino al Pantheon del cimitero della Certosa dove rimarrà fino alle ore 17.

I compagni e le compagne delle CUB di Bologna

un garofano rosso per dodi
Inserito da Lippo il 8 maggio, 2007 - 08:56

l'invito degli amici di dodi a tutti i compagni che si recheranno al funerale è quello di portare un garofano rosso

dalla parte dei più deboli
Inserito da Lippo il 8 maggio, 2007 - 09:23

Così lo saluta il sito dell'Iqbal (http://iqbal.bo.arci.it), che ne riporta un vecchio intervento in occasione del passaggio a Bologna della Global March against Child Labour, nel 1998:

Un saluto a tutti i presenti e grazie per avermi dato l'opportunità di questo intervento.

Voglio dire che non esiste crimine peggiore che negare la vita.

Viviamo in un mondo capitalista, o meglio sarebbe dire in due mondi capitalisti:

il primo e' quello sviluppato, delle società consumistiche , che ha potuto accumulare tante ricchezze depredando e saccheggiando per secoli il pianeta e soprattutto la classe operaia;

il secondo e' quello sottosviluppato, costituito dalle vecchie colonie che per secoli sono state sfruttate, e a cui si nega oggi lo sviluppo.

Mai come oggi sono necessari questi momenti di incontro e di riflessione.

Infatti, gli architetti della nuova società globale, i governi del primo mondo, stanno preparando il peggio per i popoli del secondo (il cosiddetto terzo mondo).

Oramai siamo alle soglie del XXI secolo: già da tempo il mondo si sta sviluppando verso un modello in cui la politica degli stati più forti e delle multinazionali, dei settori ricchissimi, grava su una gran massa di miseria e popolazione che possiamo definire superflua, perché priva di ogni diritto.

Questa popolazione superflua non contribuisce infatti alla produzione dei profitti, che e' l'unico valore (umano) riconosciuto oggi.

Le conseguenze della globalizzazione in rapporto al lavoro, all'educazione, alla democrazia, alle culture nazionali, dicevo, tali conseguenze non potranno che essere drammatiche e spaventose.

In questi due mondi, quelli a pagare di più sono i bambini.

Secondo i dati dell'UNICEF, il 40% dei bambini a New York vive al di sotto della soglia di povertà, senza alcuna speranza di sfuggire alla miseria e all'indigenza. la televisione, la droga , l'alcolismo, sono le armi con cui tenere sotto controllo questa realtà.

Ci giungono notizie di bambini che uccidono a scuola, che compiono atti di delinquenza e di vandalismo, vere e proprie stragi,... nel "primo" mondo. Nel mondo consumistico. Nell'altro, l'infanzia e' negata.

In Asia, in Africa, in America Latina sono oltre 14.000.000 i bambini da 1 a 5 anni, che muoiono ogni anno.

Quante bombe come quelle di Hiroshima e Nagasaki ? Credo oltre 100.

E dei bambini che si salvano? In che condizioni si trovano, come si nutrono?

Che sviluppo mentale e psicologico possono avere, dato che e' scientificamente provato che senza l'alimentazione adeguata si ha un sottosviluppo anche dell'intelligenza, delle capacita' intellettuali? Quale sarà la loro speranza di vita e di futuro Dopo i 5 anni? Come faranno a vivere, quale sarà il loro destino?

Di queste terribili realtà non si parla se non in caso di episodi eclatanti e sempre molto raramente.

Si farfugliano solo ipocrisie sui diritti umani.

Un caso e' stato l'assassinio di Iqbal Masih : il 16 aprile e' ricorso il terzo anniversario della sua uccisione. Abbiamo intitolato a Iqbal Masih, tre anni fa, il circolo culturale che sono qui a rappresentare, con la convinzione che il suo esempio e la sua tragica storia avrebbero contribuito a far prendere coscienza della condizione di schiavitù a cui devono sottostare milioni di bambine e bambini.

Non voglio abusare della vostra pazienza, e quindi mi limiterò solo a nominare le rapine di organi ai bambini poveri per quelli ricchi; le mine antiuomo che per la stragrande maggioranza sono a forma di giocattolo (tutti sappiamo la devastazione che portano); l'infanzia rubata a tutti i bambini vittime delle guerre sia armate (massacri in Algeria, profughi in Africa, spedizioni punitive serbe nel Kossovo), che della guerra diplomatica combattuta con le sanzioni economiche dell'embargo (Iraq e Cuba); lo sfruttamento della prostituzione minorile; non voglio parlare, qui, dei milioni di dollari annui spesi per i bilanci militari.

Voglio pero' ancora dire che, nonostante non si abbiano statistiche complete sul lavoro minorile (perché governi e datori di lavoro si rifiutano di ammetterne l'esistenza) anche in Italia si stima in 300.000 il numero dei bambini che lavorano.

Nel mondo intero l'UNICEF dice che sono 250.000.000 i bambini che lavorano. E' di pochi giorni fa l'iniziativa, promossa dall'UNICEF , in tutta Italia contro lo sfruttamento minorile.

Voglio qui ricordare che e' una vergogna, una cosa ripugnante, alle soglie del XXI secolo, che milioni di bambini muoiano o siano sfruttati nel lavoro. Dico che, fintanto che il profitto di tutta la nostra tecnologia cosi' avanzata entrerà nelle tasche di pochi, il divario fra chi sta bene e chi sta male aumenterà. Se non vogliamo sentirci complici di questo sfruttamento, di questo crimine, dobbiamo sin da ora chiedere ai nostri governi di azzerare i debiti dei paesi poveri. Ripensare ad un modo di produzione che sia per ciò che serve e non per il profitto di pochi. Dobbiamo esportare la nostra conoscenza la nostra tecnologia. Non possiamo pensare di sopire la nostra coscienza con gesti di carità. Dobbiamo farci carico in prima persona di questa enorme ingiustizia.

Il nostro compito e' difficile e complesso ma, se vogliamo sentirci parte di tutta l'umanità, penso, come sono certo pensate voi, che possiamo e dobbiamo adempierlo. Dobbiamo combattere questa battaglia se vogliamo sentirci degni dell'essere umani. Se vogliamo parlare di futuro per l'umanità, dobbiamo lottare in tutti i modi possibili prima di tutto perché' ad ogni bambina e bambino a questo mondo non sia più' negato il diritto al gioco allo studio alla salute all'educazione e alla possibilità di partecipare in prima persona ad una società democratica.

Finche' anche ad un solo bambino sarà negata la libertà e il diritto ad una vita dignitosa e felice, l'intera umanità sarà meno libera.

Per avermi ascoltato, grazie.

Domenico Maracino

Questa mattina allalba, morto il compagno Domenico Maracino, che tutti conosciamo come DODI.Esprimiamo il nostro dolore e la nostra vicinanza ai familiari e agli amici, al Circolo Iqbal Masih, alla Lista Reno e ai compagni tutti

Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi. Ci sono altri che lottano un anno e sono pi bravi. Ci sono quelli che lottano molti anni e sono ancora pi bravi.Per ci sono quelli che lottano tutta la vita, essi sono gli imprescindibili (B. Brecht)

Questa mattina allalba, morto il compagno Domenico Maracino, che tutti conosciamo come DODI.

La sua lunga malattia non ci ha preparato, n pu ora consolarci della sua scomparsa: Esprimiamo il nostro dolore e la nostra vicinanza ai familiari e agli amici, al Circolo Iqbal Masih, alla Lista Reno e ai compagni tutti.

Una vita, la sua, dal coraggio, dalla coerenza, dalla determinazione unica, nelle lotte, nelle discussioni, nella sua straripante umanit.

Tra i suoi tanti impegni ci fa piacere ricordarlo come fondatore dellassociazione inquilini e assegnatari della RdB/CUB di Bologna.

Ci mancherai perch con te ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati (B. Brecht).

Il funerale si terr mercoled 9 maggio.
Alle ore 13,30 Dodi sar accompagnato al circolo Iqbal Masih in Via della Barca 24/3.
Da l alle ore 14 ci muoveremo per accompagnarlo fino al Pantheon del cimitero della Certosa dove rimarr fino alle ore 17.

I compagni e le compagne delle CUB di Bologna


un garofano rosso per dodi
Inserito da Lippo il 8 maggio, 2007 - 08:56

l'invito degli amici di dodi a tutti i compagni che si recheranno al funerale quello di portare un garofano rosso


dalla parte dei pi deboli
Inserito da Lippo il 8 maggio, 2007 - 09:23

Cos lo saluta il sito dell'Iqbal (http://iqbal.bo.arci.it), che ne riporta un vecchio intervento in occasione del passaggio a Bologna della Global March against Child Labour, nel 1998:

Un saluto a tutti i presenti e grazie per avermi dato l'opportunit di questo intervento.

Voglio dire che non esiste crimine peggiore che negare la vita.

Viviamo in un mondo capitalista, o meglio sarebbe dire in due mondi capitalisti:

il primo e' quello sviluppato, delle societ consumistiche , che ha potuto accumulare tante ricchezze depredando e saccheggiando per secoli il pianeta e soprattutto la classe operaia;

il secondo e' quello sottosviluppato, costituito dalle vecchie colonie che per secoli sono state sfruttate, e a cui si nega oggi lo sviluppo.

Mai come oggi sono necessari questi momenti di incontro e di riflessione.

Infatti, gli architetti della nuova societ globale, i governi del primo mondo, stanno preparando il peggio per i popoli del secondo (il cosiddetto terzo mondo).

Oramai siamo alle soglie del XXI secolo: gi da tempo il mondo si sta sviluppando verso un modello in cui la politica degli stati pi forti e delle multinazionali, dei settori ricchissimi, grava su una gran massa di miseria e popolazione che possiamo definire superflua, perch priva di ogni diritto.

Questa popolazione superflua non contribuisce infatti alla produzione dei profitti, che e' l'unico valore (umano) riconosciuto oggi.

Le conseguenze della globalizzazione in rapporto al lavoro, all'educazione, alla democrazia, alle culture nazionali, dicevo, tali conseguenze non potranno che essere drammatiche e spaventose.

In questi due mondi, quelli a pagare di pi sono i bambini.

Secondo i dati dell'UNICEF, il 40% dei bambini a New York vive al di sotto della soglia di povert, senza alcuna speranza di sfuggire alla miseria e all'indigenza. la televisione, la droga , l'alcolismo, sono le armi con cui tenere sotto controllo questa realt.

Ci giungono notizie di bambini che uccidono a scuola, che compiono atti di delinquenza e di vandalismo, vere e proprie stragi,... nel "primo" mondo. Nel mondo consumistico. Nell'altro, l'infanzia e' negata.

In Asia, in Africa, in America Latina sono oltre 14.000.000 i bambini da 1 a 5 anni, che muoiono ogni anno.

Quante bombe come quelle di Hiroshima e Nagasaki ? Credo oltre 100.

E dei bambini che si salvano? In che condizioni si trovano, come si nutrono?

Che sviluppo mentale e psicologico possono avere, dato che e' scientificamente provato che senza l'alimentazione adeguata si ha un sottosviluppo anche dell'intelligenza, delle capacita' intellettuali? Quale sar la loro speranza di vita e di futuro Dopo i 5 anni? Come faranno a vivere, quale sar il loro destino?

Di queste terribili realt non si parla se non in caso di episodi eclatanti e sempre molto raramente.

Si farfugliano solo ipocrisie sui diritti umani.

Un caso e' stato l'assassinio di Iqbal Masih : il 16 aprile e' ricorso il terzo anniversario della sua uccisione. Abbiamo intitolato a Iqbal Masih, tre anni fa, il circolo culturale che sono qui a rappresentare, con la convinzione che il suo esempio e la sua tragica storia avrebbero contribuito a far prendere coscienza della condizione di schiavit a cui devono sottostare milioni di bambine e bambini.

Non voglio abusare della vostra pazienza, e quindi mi limiter solo a nominare le rapine di organi ai bambini poveri per quelli ricchi; le mine antiuomo che per la stragrande maggioranza sono a forma di giocattolo (tutti sappiamo la devastazione che portano); l'infanzia rubata a tutti i bambini vittime delle guerre sia armate (massacri in Algeria, profughi in Africa, spedizioni punitive serbe nel Kossovo), che della guerra diplomatica combattuta con le sanzioni economiche dell'embargo (Iraq e Cuba); lo sfruttamento della prostituzione minorile; non voglio parlare, qui, dei milioni di dollari annui spesi per i bilanci militari.

Voglio pero' ancora dire che, nonostante non si abbiano statistiche complete sul lavoro minorile (perch governi e datori di lavoro si rifiutano di ammetterne l'esistenza) anche in Italia si stima in 300.000 il numero dei bambini che lavorano.

Nel mondo intero l'UNICEF dice che sono 250.000.000 i bambini che lavorano. E' di pochi giorni fa l'iniziativa, promossa dall'UNICEF , in tutta Italia contro lo sfruttamento minorile.

Voglio qui ricordare che e' una vergogna, una cosa ripugnante, alle soglie del XXI secolo, che milioni di bambini muoiano o siano sfruttati nel lavoro. Dico che, fintanto che il profitto di tutta la nostra tecnologia cosi' avanzata entrer nelle tasche di pochi, il divario fra chi sta bene e chi sta male aumenter. Se non vogliamo sentirci complici di questo sfruttamento, di questo crimine, dobbiamo sin da ora chiedere ai nostri governi di azzerare i debiti dei paesi poveri. Ripensare ad un modo di produzione che sia per ci che serve e non per il profitto di pochi. Dobbiamo esportare la nostra conoscenza la nostra tecnologia. Non possiamo pensare di sopire la nostra coscienza con gesti di carit. Dobbiamo farci carico in prima persona di questa enorme ingiustizia.

Il nostro compito e' difficile e complesso ma, se vogliamo sentirci parte di tutta l'umanit, penso, come sono certo pensate voi, che possiamo e dobbiamo adempierlo. Dobbiamo combattere questa battaglia se vogliamo sentirci degni dell'essere umani. Se vogliamo parlare di futuro per l'umanit, dobbiamo lottare in tutti i modi possibili prima di tutto perch' ad ogni bambina e bambino a questo mondo non sia pi' negato il diritto al gioco allo studio alla salute all'educazione e alla possibilit di partecipare in prima persona ad una societ democratica.

Finche' anche ad un solo bambino sar negata la libert e il diritto ad una vita dignitosa e felice, l'intera umanit sar meno libera.

Per avermi ascoltato, grazie.

Domenico Maracino

 
Sono passati quasi quarant'anni dalla costruzione di uno dei più orrendi mostri industriali italiani, il polo siderurgico/petrolchimico di Taranto (a lato, PHOTO DAVIDE GAZZOTTI), che ha causato direttamente ed indirettamente centinaia, anzi miliaia di vittime, quando finalmente qualcuno, per vendere un paio di copie in più (visto che ora tutto ciò fa audience come non succedeva 10 o 20 anni fa) sparge fiumi di inchiostro sull'argomento. "La Puglia dei Veleni" è il titolo dell'approfondimento di G. Riva su L'espresso ora in edicola.
Taranto è ultima per la classifica del 'Sole 24 Ore' in quanto ad ambiente. I 1.200 decessi annui per neoplasie la collocano nettamente sopra la media nazionale. Insomma c'erano tutti i motivi per dichiararla città ad alto rischio ambientale
In realtà, Dopo le mille battaglie perse contro i signori dell'industria pesante e dell'energia italiani che disperdono nell'ambiente da Taranto a Brindisi tonnellate di sostanze cancerogene l'anno, il protocollo di Kyoto è forse rimasto l'ultimo spauracchio che potrebbe far cambiare le cose. Da L'espresso:
Primo, secondo e terzo posto, podio tutto pugliese nella classifica dei dodici impianti italiani che producono più anidride carbonica, responsabile dell'effetto serra e dunque del surriscaldamento del Pianeta. Nell'ordine: centrale termoelettrica Enel di Brindisi sud 15.340.000 tonnellate l'anno di CO2; Ilva di Taranto 11.070.000; centrali termoelettriche Edison di Taranto 10.000.000.
Io, che per storia personale la Puglia conosco ad amo, poco ho da aggiungere al tanto sbraitare, se non qualche sbiadito romantico ricordo d'infanzia in banco e nero, sperando sempre che non succeda, magari proprio con in carica un governo di sinistra, che il Protocollo di Kyoto venga disatteso legalmente da tutti perchè dichiarato inapplicabile per decreto.


PHOTO DAVIDE GAZZOTTI

UPDATE 12 Aprile 2007 - Su Repubblica.it del 3 marzo 2007, nell'articolo Bancarotta e Fatalismo - Così muore Taranto leggo di Taranto parole accorate e disperate:
Taranto fu una nobile capitale della Magna Grecia incastonata fra le acque, una città di laguna, una Venezia delle Puglie, con lo splendido borgo antico dietro il castello aragonese e il quartiere ottocentesco stretti fra Mare Piccolo e Mare Grande, che nell'ultimo secolo ha subito colossali invasioni barbariche. Prima l'Arsenale del Regno, poi la Base Navale, la prima nel Mediterraneo, quindi la Fabbrica. Ora la città non è più né bella né brutta. E' una tavolozza impazzita, un impasto violento di luce, acqua, cemento, fuoco e acciaio, con angoli d' incanto e squarci spaventosi.

Da ogni punto incombe l'ultimo grande paesaggio industriale d' Italia, la riserva indiana del fordismo. L'Ilva, ex Italsider, ora gruppo Riva, sovrasta la città, la domina con le sue ciminiere e si mangia ancora due terzi del gigantesco porto. E' il primo impianto siderurgico d' Europa, un dinosauro più grande di Mirafiori, tre volte più esteso di Taranto città, dieci milioni di tonnellate d' acciaio all'anno, duecentocinquanta chilometri di ferrovia interna, altiforni imponenti come dolmen, distese di tubi a perdita d' occhio. Da quarant' anni i tarantini la chiamano il Mostro. Da quarant' anni distribuisce vita e morte, e non è un modo di dire. Oggi ci lavorano quindicimila operai ed erano trentamila ai tempi dell'industria di Stato.

Nella sua storia si contano centottanta caduti sul lavoro, ottomila invalidi, dieci o forse ventimila morti di cancro e leucemie, dipende dalle stime. Il gioco dei bambini del rione Tamburi, a ridosso del Mostro, è svegliarsi e indovinare di quale colore è il cielo del mattino. Di rado è blu, a volte arancione o viola, più spesso di un rosso mattone, uguale a quello ormai incrostato ai tetti delle case e sulla strada del cimitero.

Da sola l'Ilva sputa nell'aria di Taranto il 10,2 per cento di tutto l'ossido di carbonio prodotto in Europa. Ma fino a dodici anni fa, in cambio di tanto dolore, la Fabbrica garantiva almeno il mito del "posto sicuro" nella cuccia calda dell'impresa di Stato. Nel '95 l'Ilva è stata privatizzata dal governo Dini, peraltro a un prezzo un po' troppo basso (1.700 miliardi di lire) ed è arrivato un padrone bresciano, Emilio Riva, ben deciso a imporre nella città-stato tarantina la legge del mercato, con le buone o con le cattive. Ma quasi sempre con le cattive.

In un decennio Riva ha mandato via la metà degli operai, spezzato le reni al sindacato, quadruplicato gli utili e collezionato una serie di processi e condanne, l'ultima di tre anni per mancate misure di sicurezza e inquinamento. E' rinviato a giudizio per una pessima storia di mobbing divenuta celebre, quella della "palazzina Laf", una specie di baracca dov' era rimasto confinato per mesi un pugno di sindacalisti ostinati, senza lavoro e senza una sedia o un tavolo. La privatizzazione dell'Ilva ha segnato lo spartiacque nella vita cittadina. Gli operai licenziati si sono messi a fare gli artigiani e a "coltivare il mare" da vecchi contadini mai diventati marinai. Ogni palo di cozze a Mare Piccolo è un ex operaio dell'Ilva. Le imprese dell'indotto siderurgico prima si sono rivolte fuori, verso il boom di Bari e del Salento, poi si sono spente, una Dopo l'altra. Gli operai tarantini avevano costruito la piattaforma del ponte fra Danimarca e Svezia, ma anche la Belleli ha chiuso i battenti due anni fa.

"Senza più posto fisso, la città ha finito per attaccarsi alle ultime mammelle di Stato, la sanità e il Comune, fino a succhiare l'ultimo euro". E' l'analisi del presidente della Provincia, Giovanni Florido, ex sindacalista dell'Ilva e più probabile candidato del centrosinistra alla poltrona di futuro sindaco, nelle elezioni di primavera. Si è trattato di scegliere fra il fallimento della pubblica amministrazione e la bancarotta delle famiglie ed è andata com'era facile immaginare.

Ora la città aspetta che qualcuno faccia "il Miracolo". Ma come nel bellissimo film di Edoardo Winspeare girato nella città vecchia, è un miracolo che soltanto la volontà dei tarantini può compiere.
 

Migrant MotherEra il 1936, e la fotografa amercana Dorothea Lange stava lavorando per uno dei progetti voluti dall'amministrazione di Franklin Delano Roosvelt al fine di verificare e documentare lo stato dell'economia rurale di un paese duramente provato dalla crisi economica seguito al crollo del 29.

In questo contesto la Lange scattò la sua fotografia più famosa e più sopravvalutata. D'altra parte, con questi progetti si stava segnando la nascita del fotoreportage, o fotografia documentaristica che dir si voglia... eravamo giustappunto nel 1936, e finalmente erano disponibili apparecchi trasportabili: era la prima volta che la macchina fotografica era vista come strumento di documentazione di importante valore sociale e politico, esattamente come affermato oltre 70 anni più tardi da James Natchwey nel suo discorso di accettazione del TED Prize 2007. Quello che forse passerà alla storia come l'orazione funebre della documentary photography.

Migrant Woman

Sono quasi certo che l'avete vista prima... si intitola Migrant Mother ed è una delle più famose fotografie americane. Quando scattò questa foto, Dorothea Lange si dimenticò di annotare il nome della donna (o altri dettagli utili al suo progetto di documentazione) così la sua identità rimase anonima anche se la foto si apprestava a diventare un simbolo della Grande Depressione.

Verso la fine degli anni 70, Florence Owens Thompson rivelò di essere lei ritratta nella foto Dopo aver scritto una lettere al giornale locale per affermando che non le piaceva la foto. La Thompson affermò:

"I wish she hadn't taken my picture. I can't get a penny out of it. [Lange] didn't ask my name. She said she wouldn't sell the pictures. She said she'd send me a copy. She never did."

Oltre a non aver registrato il nome della donna, la Lange ha anche sbagliato un'altra cosa: la Thompson e la sua famiglia non erano affatto i tipici migranti della Grande Depressione, ma erano stanziali in California da più di 10 anni. Come tutte le fotografie, Migrant Mother non è nè realtà nè finzione, piuttosto qualcosa di intermedio...

 
di davide del 15/05/2007 in Media e Nuovi Media,  3950 link
Internet porn statisticsDopo la bellissima sessione alla TED Conference 2007 del simpatico Hans Rosling che presenta la sua innovativa modalità di rappresentazione statistica mediante animazioni multidemensionali, questo invece è il momento giusto per un'altra deliziosa modalità di rappresentazione animata delle statistiche sulla pornografia sul web. Come direbbe Marshall McLuhan, è ancora vero che talvolta "il medium è il messaggio" : - )
Brought you by GOODmagazine.com


UPDATE 20 Maggio 2007:
La misurabilità è paradossalmente il male di Internet, allo stadio attuale. A questi numeri impressionanti non è possibile purtroppo contrapporre quanti lettori/telespettatori leggono/guardano riviste e televisioni a luci rosse in un dato momento o nell'arco di un mese, come è invece possibile con Internet.

Se fosse possibile fare queste misurazioni, chi ci dice che Internet si rivelerebbe invece un medium né più, né meno uguale agli altri, se non meno invaso dal porno? Tutto sommato ad Internet accede una popolazione decisamente inferiore a quella che può guardare tv o andare in edicola, no?

Attenti ai luoghi comuni.

(via Pandemia di Luca Conti)

 
di davide del 12/03/2007 in Fotografia / Pubblicità,  1683 link
Pare proprio che il 2007 sia l'anno delle luci frontali, piatte e fredde, e, almeno nelle intenzioni, sexy. Dopo Steven Klein per Dolce e Gabbana, è la campagna donna di Sisley realizzata dall'eclettico Terry Richardson a farmi rabbrividire appena salgo in macchina per uscire dal comune della cintura metropolitana dove risiedo.
Tutta la città, tutte le città invero, sono tapezzate dalla ennesima foto di Richardson che passerebbe inosservata, ma questa volta è un ragno tempestato di brillanti sul volto della modella a catturare l'attenzione.

Quasi in risposta a questa piatta omologazione, meglio allora fare come Andrea Spotorno esagerandola e rendendo artificiose le solite fredde ambientazioni, a pag.274 dell'ultimo numero di D (La Repubblica delle Donne).



In particolare del cartellone di Richardson non mi piace il taglio, forse imposto dal formato 2x6. Meglio va quando raggiungo il centro, dove i piccoli formati costringono al taglio verticale: si perde la pseudo sensualità ricercata nel taglio precedente, per guadagnarne in forza espressiva.

 

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Anteprima - Clicca per ingrandire
di davide del 02/05/2007 alle 13:28,  3444 link
Lorenzo Pondrelli alla galleria Tamatete Dopo aver vinto il Festival Iceberg 2007 per la Fotografia di Reportage - Leggi anche: http://www.davidegazzotti.com/dblog/articolo.asp?articolo=110 ...

 
Anteprima - Clicca per ingrandire
di davide del 02/05/2007 alle 13:11,  1812 link
Lorenzo Pondrelli alla galleria Tamatete Dopo aver vinto il Festival Iceberg 2007 per la Fotografia di Reportage - Leggi anche: http://www.davidegazzotti.com/dblog/articolo.asp?articolo=110 ...

 
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di davide del 01/09/2001 alle 11:57,  2002 link
Coppia di marito e moglie, Dopo l'uscita dalla chiesa, al loro matrimonio ...

 

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